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Bannon e la rivoluzione populista. Così sostenne il governo gialloverde 

Politica

Si definiva un osservatore esterno, ma nelle interviste si vantò di aver caldeggiato la nascita dell’esecutivo Lega-M5s. E poi l’appoggio a FdI, con il suo discorso ad Atreju 

 

Steve Bannon ad Atreju, Roma settembre 2018 

Nelle settimane successive alla nascita del governo gialloverde Steve Bannon era un fiume in piena: “Roma oramai è il centro della politica mondiale. Quello che sta accadendo qui è straordinario. Non c’è mai stato in tempi moderni un vero governo populista. Ora c’è”. Pochi come l’ex stratega di Donald Trump, arrestato oggi negli Usa con l’accusa di appropriazione indebita, manifestarono con tanta energia il proprio entusiasmo per l’accordo politico che fece nascere il primo governo Conte.

Un osservatore esterno, come amava definirsi, ma anche qualcosa di più visto che non ha mai nascosto di aver caldeggiato a Matteo Salvini un accordo con l’allora capo politico del Movimento Luigi Di Maio. Che qualcosa in Italia stesse cambiando Bannon lo respirava nell’aria. A poche ore dall’apertura delle urne, il 4 marzo 2018, fu intercettato per le strade di Roma: “Passerò molto tempo in Europa. Qui c’è l’avanguardia del populismo. Sento il clima che portò all’avvento di Trump. Quest’elezione è cruciale per il movimento populista globale”.

L’Italia “centro dell’universo della politica”

Bannon vide nel governo gialloverde la realizzazione di un progetto politico a cui lavorava da tempo. E lui, teorico dell’ ‘alt-right’ americana, la destra alternativa, cominciò a spendere molto tempo in Italia, avamposto della rivoluzione populista in Europa. Aumentarono le sue interviste, i suoi interventi a conferenze e manifestazioni di partito: “Il mondo intero sta guardando all’Italia. è arrivato il momento di celebrare questo grande cambiamento”. Bannon ha sempre manifestato apertamente il suo apprezzamento per leader dei due partiti che hanno sostenuto il primo governo Conte: “Salvini e Di Maio sono bravissimi. Il popolo italiano ha dimostrato di volersi riprendere in mano il proprio destino. Il voto ha dimostrato che le persone sono stanche dell’establishment. E l’èlite ha gettato la maschera per mostrare il suo vero volto”.

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L’èlite, il suo principale nemico: l’establishment, o ‘il partito del diavolo’ come era solito definirlo. Quello che a suo avviso dall’Europa stava dando battaglia al governo gialloverde in Italia e che vedeva in Emmanuel Macron il suo esponente principale. Un partito che per Bannon aveva le ore contate, schiacciato dal vento dell’antipolitica: “Gli esponenti del M5s non hanno una formazione politica”, aveva detto intervistato a Roma dalla Cnn. “Il leader, Luigi di Maio, è un ex cameriere mentre il sindaco di Roma, una donna, giovane, penso sia una ex segretaria”, riferendosi a Virginia Raggi, ma ignorando la sua laurea in Legge.

Il discorso ad Atreju, il sostegno a Salvini

In quel periodo l’unica amarezza dalla politica romana per Bannon venne dal mancato coinvolgimento di Fratelli d’Italia nel governo Lega-M5s. A settembre 2018 Atreju, la festa di FdI, gli riservò un’accoglienza da rockstar sotto un tendone intitolato a Carlo Magno. E lui, camicia e giacca nera a sfidare il sole di una calda giornata romana, non deluse il pubblico: “L’Italia ora è il centro dell’universo della politica”. E ancora: “Sono venuto qui per dirvi che non siete soli. La Brexit, l’elezione di Trump e quello per cui avete votato a marzo 2018… è tutto collegato”.

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Da qui il motivo di scegliere l’Italia come patria politica d’adozione: “L’Italia è il centro dell’universo della politica”. Poi un appello ai ‘patrioti’ italiani: “Alzatevi e combattete il partito di Davos”. Il palcoscenico italiano gli servi’ per il lancio di ‘The Movement’, la sua creatura politica, una coalizione transnazionale di sovranisti. Al termine di Atreju Giorgia Meloni ringraziò apertamente Bannon “per aver proiettato la sua manifestazione a livello internazionale dopo 20 anni”, e annunciò che avrebbe chiesto l’iscrizione al progetto.

Non solo l’Italia. Qualche soddisfazione Bannon l’ha avuta anche dai suoi legami con altri Paesi. In Francia ha celebrato l’ascesa politica di Marine Le Pen, mentre in Gran Bretagna ha benedetto l’elezione di Boris Johnson, come quella di Jair Bolsonaro in Brasile e Milorad Dodik in Bosnia. La vera delusione però arrivò con la crisi di governo aperta da Salvini ad agosto 2018.

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La Certosa di Trisulti, la sua scuola di sovranismo italiana

Eppure la fiducia nel leader leghista non venne a mancare: “Ha commesso un paio di errori ma nei prossimi sei mesi farà un grande ritorno”, profetizzava lo scorso giugno. L’Italia sarebbe rimasta comunque al centro del suo laboratorio politico. Anche perché è in Italia che Bannon ha progettato la sua scuola internazionale dei sovranisti: la Certosa di Trisulti, nel comune di Collepardo, Frosinone. Qui doveva nascere la sua accademia del nazionalismo tramite la sua associazione Dignitatis Humanae Institute. 

Ma il progetto non è mai decollato, frenato anche dalla richiesta di revoca della concessione da parte del Governo. Nel dicembre 2019 il Tar ha bloccato lo sfratto della scuola sovranista. Partita che ora rischia di ingarbugliarsi ulteriormente con i guai legali della mente della destra alternativa americana. 

@arcangeloroc


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