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Madonna della catena. Mongiuffi Melia (Me)

Cronaca

Il sito ufficiale del comune di Mongiuffi Melia (ME) così la descrive: “Definita dallo scrittore francese Roger Peyrefitte “Le vallon le plus joli du monde”, la Valle del Ghiòdaro rappresenta oggi uno dei tesori culturali e naturalistici siciliani tra i più importanti. Dominata dalla presenza del Monte Kalfa, prende il suo nome dal fiume Ghiòdaro che lo attraversa. Il territorio della Valle, che significa “dono della terra”, fu abitato dai Greci, dai Bizantini, dagli Arabi e dai Romani. Da Letojanni (ME), volgendo lo sguardo a monte, un bivio s’inerpica lungo il corso del fiume, rivelando una natura ricca, nella quale vengono praticate attività di motocross, mountain bike e trekking. Lungo il corso del fiume si possono ammirare numerose piccole cascate che hanno formato degli incavi nella pietra sagomata dal perenne scorrere dell’acqua e che hanno assunto colore rosso sangue, a causa dei minerali contenuti nel terreno.

Definita anche la Valle dei Santuari Mariani, oggi l’intera Vallata è un luogo di spiritualità che accoglie tre Santuari dedicati alla Santissima Vergine: S. Maria della Libera a Melìa, la Madonna della Catena a Mongiuffi e la Madonna dell’Aiuto a Roccafiorita (ME), in grado di richiamare pellegrini provenienti da tutta la provincia e inseriti all’interno d’itinerari mariani che presto potrebbero essere dichiarati Patrimonio dell’Umanità”.

C’è molto attaccamento al proprio “campanile” nel trasformare quel «Le vallon le plus joli du monde» in «La valle più bella del mondo» come si legge su alcune locandine pubblicitarie. Anche perché ogni scrittore ha la “sua” valle più bella: la Val Trebbia lo è stata per Ernest Hemingway, ad esempio. Ma si sa, siamo fatti così: molto campanilisti. Da me ha dormito Garibaldi, lì ha mangiato e più in là ha bevuto; da me tutti i sentieri, le trazzere, le vie sono stati percorsi da San Giovanni Bosco, e via così per tutta la penisola. Se fosse possibile qualcuno giurerebbe di una casa di “Tarzan” sulla vecchia quercia di casa.

In ogni caso, nella Valle del Chiodaro, in contrada Fanaca di Mongiuffi Melia, è incastonato e non da oggi, un luogo di preghiera e meditazione, si tratta del santuario della Madonna della Catena. Questa ha una tradizione antichissima sia in generale che specificatamente per questa zona. In generale, la memoria vuole che il suo culto nasca nel 1392 a Palermo, regnante Martino I il Giovane. Tre uomini, ingiustamente condannati dovevano essere impiccati. Sennonché proprio mentre stavano preparando il patibolo, si scatenò un gran temporale “che costrinse i carnefici e i tre condannati a rifugiarsi nella Chiesa della Madonna del Porto e il popolo a fuggire. In attesa che si potesse riprendere l’esecuzione, costoro furono legati con doppie catene all’altare della Vergine, ma il temporale continuò per l’intera giornata, e le guardie dovettero passare la notte nella chiesetta per sorvegliarli. I tre si portarono lacrimando ai piedi della Madonna invocandola col titolo di Vergine delle Grazie e cominciarono a pregarla insistentemente, e a un tratto, mentre i soldati cadevano in un profondo sonno, le catene che trattenevano i tre si spezzarono e la voce della Madonna li rassicurò «Andate pure in libertà e non temete cosa alcuna: il divino Infante che tengo tra le braccia ha già accolto le vostre preghiere e vi ha concesso la vita!». Le catene caddero senza far rumore e la porta si spalancò, i tre innocenti uscirono dal tempio e le guardie si svegliarono solo all’alba. Subito i soldati riuscirono a riprendere i fuggitivi ma furono fermati dal popolo che ricorse al re Martino I. Quando questi andò nella chiesetta, coi propri occhi constatò il miracolo: le catene si erano infrante” (da Wikipedia). Seguì naturalmente la grazia.

In particolare, in Mongiuffi Melia, la venerazione della Vergine risale agli inizi del 1400 quando un certo Matteo Lo Pò, dopo avere trovato un’effige della Madonna in questi luoghi, fece costruire di fronte ai resti di un acquedotto greco-romano una prima chiesetta. Successivamente, verso la fine degli anni sessanta del secolo scorso, piano piano, prese forma un nuovo edificio, a forma esagonale, idoneo a ricevere una sempre crescente moltitudine di fedeli. La festa vera e propria si svolge il primo maggio in paese e il venerdì, sabato e domenica dei primi di settembre presso il santuario.

Il primo contatto con la Madonna della Catena, l’ebbi un settembre dei primi anni ’60, quando mio padre mi svegliò alle tre del mattino per metterci in cammino. Di solito da Graniti (ME) al santuario ci si mette un paio d’ore utilizzando delle scorciatoie che conducono a scollinare un monte posto a sinistra del torrente Petrolo, affluente (quando c’è acqua) del fiume Alcantara. Noi, invece di ore ce ne mettemmo sei o sette solo a salire, ciò in quanto quella doveva essere anche una ricognizione per la prossima apertura della caccia. Nel corso dell’ascesa, attraversando vigneti, terre aride o con mandorli e uliveti, mi erano indicati i luoghi più caratteristici della zona. Là c’era una fossa che un tempo non lontano era stata usata per conservare la neve (una neviera) che in estate si era soliti portare in paese per venderla. Più in là c’era una frana insidiosa, dall’altro lato una grotta dove si voleva fosse stata trovata, tanto tempo prima da essere ormai quasi una leggenda, una donna morta. Dopo tanto salire, lo scollinamento e quindi la discesa verso valle non fu meno faticosa, perché gli arti inferiori erano costretti a trattenere il corpo tendente all’abbrivio.

Man mano che ci avvicinavamo al santuario si udiva sempre più distinto il suono di una fisarmonica, al pari di un intenso odore di carne infornata. Era la tipica usanza del luogo. Ogni macellaio dei paesi limitrofi aveva per tradizione un suo forno sul posto, alimentato naturalmente a legna, dove arrostire il castrato o montone, ovvero becco, o meglio ancora per  essere chiari, il “crasto” come lo chiamano qui. Carne buonissima.

Mio padre acquistò una testa e lì, poco alla volta in una deliziosa e certosina ricerca tra le ossa del teschio della carne tenera mangiammo. E bevemmo vino nostro portato nel tascapane, vino che sfiorava i 17 gradi. Mio padre bevve, in verità, perché chi scrive è sempre stato astemio. Ma bevvi un’acqua freschissima, di sorgente, che usciva continuamente da quattro tubi posti in un muro a secco. Non per niente nei pressi passava l’acquedotto greco-romano che un tempo portò l’acqua sino alla vicina Taormina.

In quegli anni, non era stato ancora stato costruito il santuario così come è adesso, la statua della Madonna col bambino era conservata in una chiesetta, poco più di una cappella a ridosso di un terrazzamento di terreno.

Era usanza che molte famiglie dei luoghi, si attrezzassero con tende e ripari di fortuna per trascorrere in loco tutti e tre i giorni di festa, tra canti sacri o meno, suoni di chitarre, mandolini e fisarmoniche che accompagnavano le danze. Si ballava, approfittando dell’occasione, poiché finita la festa e tornati in paese, forse soltanto a carnevale si sarebbe potuta avere un’altra occasione per fare quattro salti, incontrarsi, conoscersi.

Molto della notorietà che nel tempo ha avuto questa festa, lo si deve a padre Trischitta, parroco del luogo che conobbi, quando a conclusione di quella mia lunga passeggiata, gli chiesi alcune notizie per scrivere un articolo sulla Gazzetta del Sud di Messina. Mi ringraziò facendomi pervenire, anche quando lasciai la Sicilia per tornare in Piemonte, ogni numero della rivista “La voce Della Madonna della Catena”, da lui curata e contenente un’interessantissima storia della devozione locale per questa Madonna.

In questi giorni, quindi, c’è gran festa lassù alle pendici del monte Kalfa. Ormai c’è una rotabile che conduce al santuario cosicché tutto è più agevole. Ma il vero devoto, soprattutto dai luoghi contigui, in contrada Fanaca, fin che può, ci arriva a piedi.

Tra andare e venire, la passeggiata narrata durò quattordici ore di cammino, con pochissime soste. Partimmo alle tre, in piena notte con la luna e tornammo alle diciassette che piovigginava. Mentre noi camminavamo verso l’altura anche la Madonna, si preparava a lasciare il santuario, si sarebbe mossa per tornare nella Sua chiesa di Mongiuffi.  Noi salivamo verso la cima e Lei scendeva verso la valle. Appuntamento fra un anno! l’anno di allora.

Giuseppe Rinaldi


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