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Brexit. Dall’Erasmus ai trasporti: ecco le novità, cosa cambia per gli italiani

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Brexit. Dall’Erasmus ai trasporti: ecco le novità, cosa cambia per gli italiani

A 4 anni e mezzo dal voto sulla Brexit e dopo mesi di negoziati, Ue e Regno Unito hanno raggiunto un accordo di libero scambio sulle relazioni post “divorzio”. Svanisce quindi l’incubo di un no deal e delle sue conseguenze: un caos doganale, una guerra di dazi, conseguenze sulla stretta cooperazione fra l’isola e il continente in settori cruciali come la sicurezza o come la ricerca scientifica, vitale in tempo di emergenza Covid.

L’accordo entrerà in vigore dal primo gennaio, alla scadenza esatta di quella fase di transizione che il premier britannico Boris Johnson non ha voluto estendere. Sarà in regime provvisorio fino al completamento dei necessari processi di ratifica che Westminster potrebbe chiudere addirittura fra Santo Stefano e Capodanno, ma che il Parlamento europeo intende portare a termine senza fretta: a inizio 2021, secondo il presidente David Sassoli.

Westminster si riunirà per votare l’accordo il 30 dicembre, mentre per la ratifica da parte l’Eurocamera bisognerà attendere. L’accordo sarà esaminato “in dettaglio prima di decidere se dare il consenso nel nuovo anno”, ha precisato il presidente, David Sassoli.

La Gran Bretagna abbandona il programma Erasmus. Attualmente gli studenti europei in Uk sono 150mila e, probabilmente, con l’entrata in vigore delle nuove regole saranno costretti a iscriversi alle costose università britanniche per poter fare la stessa esperienza che permetteva il programma europeo

Sarà evitata in modo quasi completo l’applicazione di dazi alle frontiere sulle merci e i prodotti esportati dal Regno Unito ed Europa e non ci sarà un limite alla quantità di prodotti commerciabili tra i due Paesi.

Un settore di ridotto impatto economico era diventato il maggior nodo da districare. In base all’accordo, l’Europa rinuncia a un quarto della quota di pesce catturato nelle acque del Regno Unito, molto meno dell’80% inizialmente richiesto dalla Gran Bretagna. Il sistema sarà in vigore per 5 anni e mezzo, dopo le quote saranno riesaminate.

Se per turismo basterà il passaporto per recarsi nel Regno Unito, per potere lavorare oltremanica bisognerà essere in possesso di un visto, ottenibile solo nel caso in cui si abbia già un impiego, retribuito almeno 26.500 sterline (circa 29mila euro) e a patto di avere un livello di conoscenza di inglese B1. E’ prevista invece una corsia preferenziale (fast-track entry) per ottenere il visto per i lavoratori del settore sanitario. La questione visto non coinvolge gli oltre 4 milioni di europei che già vivono e lavorano in Gb.

Sul coordinamento della sicurezza sociale, l’accordo punta a garantire una serie di diritti per i cittadini dell’Ue che lavorano, viaggiano o si trasferiscono nel Regno Unito e ai cittadini britannici che lavorano, viaggiano o si trasferiscono nell’Ue dopo il primo gennaio 2021.

Per quanto riguarda i trasporti, l’accordo prevede una connettività aerea, stradale, ferroviaria e marittima continua e sostenibile, sebbene l’accesso al mercato offra possibilità inferiori di quelle che offre il mercato unico. Inoltre, sarà garantita la concorrenza tra gli operatori dell’Ue e quelli del Regno Unito, anche in modo da non compromettere i diritti dei passeggeri, dei lavoratori e la sicurezza dei trasporti.

Il governo britannico, secondo quanto riporta il Corriere della Sera, schiererà 1.100 funzionari in più alle dogane e all’immigrazione. Il timore è che a causa dei controlli migliaia di camion restino bloccati sulle autostrade inglesi che conducono ai porti.

Una buona notizia per il nostro Paese, come spiega Luigi Scordamaglia, consigliere delegato di Filiera Italia: “C’è grande soddisfazione per non aver perso un mercato che vale circa 25 miliardi di euro di esportazioni italiane, di cui 3,4 miliardi solo di export alimentare”. L’Inghilterra, infatti, rappresenta per le esportazioni alimentari italiane il quarto mercato di sbocco. “Aver evitato dazi medi del 3%, che per alcuni prodotti alimentari potevano raggiungere anche il 30% – prosegue Scordamaglia – è una vittoria per entrambe le parti”.

Una buona notizia  anche per i produttori italiani di vini e prosecco (mercato che vale per il nostro Paese 700 milioni di euro all’anno), di ortofrutta trasformata, di pasta, salumi e formaggi, le cui esportazioni potranno riprendere a crescere, come è avvenuto negli ultimi 10 anni con un incremento del +48%.

La politica estera, la sicurezza esterna e la cooperazione in materia di difesa non sono coperte dall’accordo poiché il Regno Unito non ha voluto negoziare, spiega la Commissione. A partire dall’1 gennaio 2021 non ci sarà quindi alcun accordo per sviluppare e coordinare risposte congiunte alle sfide di politica estera, ad esempio l’imposizione di sanzioni a cittadini o economie di Paesi terzi


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