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Il valore degli ultimi nell’arte di De Andrè e Caravaggio

Arte, Cultura & Società

Intervista a Valeriano Venneri, storico dell’arte

di Stefania Romito

L’11 gennaio del 1999 moriva Fabrizio De Andrè. Un cantautore che ha sempre posto in rilievo nei suoi testi  personaggi comuni che vivevano un degrado sociale ed esistenziale. Un atteggiamento adottato anche da Caravaggio che amava dar voce a personaggi reali. Non è così?

La storia, l’arte, la filosofia di solito si vedono dalla parte dei forti, delle classi dominanti e delle famiglie potenti che monopolizzano la scena delle tele, delle sculture, dei teatri, dei libri: protagonisti sono, nella maggior parte dei casi, persone conosciute o potenti. Nell’arte, con Michelangelo Merisi, conosciuto come Caravaggio, si assiste ad una rivoluzione totale. Il realismo della pittura di Caravaggio si nota nei personaggi ancor prima che nelle tematiche, siano esse religiose o mitologiche. Personaggi reali creano le condizioni idonee per una pittura realista e naturalista. Di giorno, Merisi vive a contatto con gli ambienti ecclesiastici del Cardinal Del Monte, visitando ed ammirando probabilmente gli spazi affrescati da Michelangelo e Raffaello solo qualche anno prima; ma di notte, gira, curioso, inquieto, oscuro per i sobborghi di Roma, dove la vita è differente, dura, vissuta, combattuta. Qui la svolta: la scelta di far diventare protagonisti delle sue splendide tele gente popolare, prostitute, rifiuti della società, emarginati. Il momento di unione tra un grande genio del Barocco e un poeta/cantautore avviene sulle rive di due fiumi: uno famosissimo, il Tevere, che passa dalla Città Eterna, tanto cara all’artista milanese; e uno non meglio precisato, il Tanaro, o la Bormida forse,  per il poeta genovese. Due storie parallele e sfortunate: due prostitute a distanza di quattrocento anni vengono uccise e gettate nei fiumi, allora solo due menti geniali e sensibili provano a farle diventare protagoniste di un’opera d’arte e di una poetica canzone.

Sembrerebbe che Fabrizio De Andrè, per la composizione della canzone di Marinella, si sia ispirato al quadro di Caravaggio “La morte della Vergine”.  Quale pensa possa essere stato il loro intento?

La Vergine Marinella è il tentativo, direi riuscito, da parte di questi due grandi artisti, di restituire a due fanciulle scomparse, morte, qualcosa di cui la vita non era stata capace. Ecco dove “bianco come la luna il suo cappello” consente un parallelismo con l’affresco di Caravaggio di Villa Ludovisi a Roma, dove questa meravigliosa luna fa da scenario alle tre divinità Giove, Nettuno, Plutone; mentre “come l’amore rosso il suo mantello”, ci dà l’idea di poterlo vedere, toccare e quasi palparle nel telone e nella veste sgualcita della Vergine morta di Caravaggio. Questi due grandi artisti restituiscono la vita con l’arte e la poesia a due giovani ragazze sfortunate che non avevano ricevuto dalle rispettive società questa compenetrazione di arte, poesia e teatro. Ridanno alle due Vergini Marinella, mi sembra, il momento più emotivo; un soffio vitale fatto di sensibilità e gentilezza di arte e poesia cerca di riequilibrare l’ultimo afflato che non era stato generoso nei loro confronti.

L’arte di Caravaggio spesso non è stata compresa nella sua interezza. A parer suo, quali sono quegli aspetti che avrebbero meritato una maggiore attenzione?

Nel suo peregrinare continuo nella Città Eterna, assiste per esempio al rogo di Piazza de’ Fiori a Roma nel 1600 dove Giordano Bruno, per tesi altrettanto rivoluzionarie, brucia nel rogo dell’Inquisizione. La Controriforma del Caravaggio parte da un’umanizzazione del divino, dal rendere verosimili santi, madonne, angeli. In alcuni capolavori non viene del tutto capito: eppure sono proprio i suoi valori, trasmessi ai personaggi, che rappresentano i veri valori della dottrina cristiana: carità, solidarietà e povertà.

redazione@corrierenazionale.net


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