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“Il primo che passa”: un romanzo di Gianluca Nativo

Arte, Cultura & Società

Fero, fers, tuli, latum, ferre! Per chi ha studiato il latino: quanti di voi hanno avuto un docente che ha picchiato duro sulle coniugazioni… dei verbi irregolari, per giunta?!

Per chi invece non fosse cresciuto a pane e paradigmi, niente paura! Questo verbo anomalo traghetta diversi significati che vanno dal semplice “mostrare”, “consegnare”, “condurre” passa dalle sfumature del “portare via” o “depredare” sino alla fase del “potare a termine” o addirittura “sopportare”.

Il nuovo romanzo di Gianluca Nativo suggella in capitoli slim le diverse fasi dell’esistenza del giovane Pierpaolo, incollando per ognuno di loro un bollino con una testa guardante. L’etichetta rassicuratrice <<studente di medicina>> viene mostrata come goal da parte di un modello genitoriale che bada molto alle apparenze. Pierpaolo sopporta intorno a sé la vita degli altri che scorre normalmente mentre muove le goffe ali a fatica nel petrolio melmoso della sua vita.

Alzi la mano chi non si è mai sentito come Pierpaolo!

Ecco allora che una Napoli diastratica assurge al titolo di universale. Sul dipinto dell’erotica periferia angioina il protagonista, accoccolato in uno spazio vitale ovattato e al tempo stesso troppo chiuso, prende coscienza della sua identità sessuale. È questo il momento che appare nero come un colpo tra capo e collo, come una schioppettata di mare che rigonfiandosi risucchia via tutto, anche i legami. Nativo fa compiere al suo personaggio una delle più importanti scoperte che una persona può fare, cercando di non dire nulla di ciò che può essere invece raccontato, ma lascia che Pierpaolo agisca e che il lettore – voyeur delicato e discreto – segua i suoi passi sotto la spinta di esigenze ingenue. È così che chi legge si consegna a quel turbinio di passioni e incertezze che animano il ragazzo, lasciandosi condurre dov’egli vuole.

Marica Mancini


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