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La pandemia e gli effetti psicologici sui più giovani

Ambiente & Salute

Di Gianfranco Peragine

È vivido ancora in me il riverbero emotivo di un colloquio avuto qualche giorno fa con una giovane ragazza di circa 10 anni dal quale traspariva predominante un profondo senso di tristezza e angoscia rivolto verso la vita; un senso di inquietudine viscerale che non trovava apparenti motivazioni. Ho iniziato ad interrogarmi, dunque, d’onde traesse forza questo alito di buia angoscia esistenziale e negatività esponenziale. Com’è possibile che una persona così giovane possa esprimere un carico così gravoso di disagio e angoscia tale da proiettarla verso un livello dell’umore depresso, una volta esclusi problemi familiari, relazionali e di salute?


Ho allargato olisitcamente lo sguardo con cui affrontavo il caso clinico giungendo ad incorporare la situazione globale che stiamo affrontando, o meglio la pandemia.
Indubbiamente, a distanza di un anno dal boom pandemico, l’asticella dello stress degli italiani, come mostra un recente aggiornamento dello “Stressometro”, (l’indagine periodica realizzata dall’Istituto Piepoli proprio per il Cnop), è tornata a salire attestandosi al 61% contro il 59% della settimana precedente; tra i soggetti più colpiti dalle ripercussioni psicologiche ci sono i giovani nei quali, riprendendo le parole del CNOP (Ordine Nazionale degli Psicologi) “si sta sviluppando un’onda lunga di problemi psicologici”.

In particolar modo, scorrendo articoli scientifici redatti a tal proposito, prima in Cina e poi in Europa, emerge come nei bambini in età preadolescenziale, fino a 12 anni, si sia registrato un aumento dei disturbi del sonno e dell’ansia in generale. Il loro livello d’irritabilità è significativamente aumentato, dormono meno e dormono male, mostrano forti preoccupazioni rispetto alla loro salute ma ancora di più per quella dei propri genitori. Per gli adolescenti, invece, oltre ad un netto aumento dei disturbi del sonno, si è registrata anche la comparsa di ansia e di depressione accompagnate da un atteggiamento di forte chiusura verso l’esterno. In Italia, dati allarmanti e significativi sono stati messi in luce dal dott.

Stefano Vicari, responsabile di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell’ospedale Bambino Gesù, il quale rimarca come siano aumentati notevolmente, da ottobre, gli accessi in Pronto Soccorso per disturbi mentali, in particolare i casi di tentato suicidio o gli atti di autolesionismo , ad esempio con dei tagli sul corpo: “Per settimane abbiamo avuto otto posti letto su otto occupati e tutti per tentativo di suicidio. Non mi era mai capitato”.
Come leggere questi dati, dunque? Cosa fare al fine di poter prevenire o lenire il disagio psicologico dei più piccoli in questo contesto di perplessità?


Con certezza un impatto devastante sul ben-essere dei ragazzi è stato causato dalle chiusure globali (e non) che le restrizioni impongono, prime fra tutte la chiusura della Scuola. Il primo lockdown totale, seppur prolungato, ha costretto a casa milioni di persone. Si era tutti a casa, adulti e piccini. Tale condizione di convivenza integrale del nucleo familiare ha sicuramente svolto una funzione di supporto reciproco tra i membri stessi della famiglia, attivando così una funzione protettiva e supportiva soprattutto in quelle situazioni che in altre circostanze sarebbero precipitate. Nella seconda e terza ondata, invece, le dinamiche familiari hanno subito un cambiamento: bambini e ragazzi hanno accusato notevolmente l’assenza dei propri caregiver, che intanto hanno ripreso le loro attività lavorative, soffrendo maggiormente la solitudine e vivendo una condizione di sbandamento e anarchia casalinga.

Proprio la solitudine, infatti, è l’aspetto che i ragazzi lamentano e soffrono maggiormente. La Scuola, messa a dura prova dalla dimensione della DAD attuata per prevenire ovvie situazioni di contagio, offre ai ragazzi la possibilità di sopperire a tale vuoto relazionale ed occupazionale. Per gli adolescenti la possibilità di vivere e respirare contesti esterni a quello familiare è un aspetto importantissimo giacché la salute mentale si basa anche sulla costruzione di relazioni, in generale, di relazioni positive nello specifico, e il bacino primario e prolifico di tali relazioni è rappresentato sicuramente dalla scuola. La condizione odierna ribalta tale scenario.

La mancanza di quella realtà fa si che bambini e ragazzi si trovino spesso a casa, da soli, davanti allo schermo di un PC, di un tablet, di un televisore, di uno smartphone mentre le relazioni e le interazioni reali, fisiche, quelle fatti di sguardi, si inaridiscono sempre più, facendo si che essi si nascondano dietro a sterili emoticons, portavoce del proprio stato interno, senza magari avere una piena consapevolezza del proprio vissuto emotivo. Ebbene, la Scuola si presenta come una palestra per tutte queste “attività” relazionali, un palcoscenico su cui il soggetto può sperimentarsi nella vita sociale.

Non solo. Essa propone un contesto di vita dinamico in cui e per cui il ragazzo deve attivarsi per l’intero arco della giornata, senza la possibilità di “annoiarsi”. Si attiva, così, una routine che mobilita tutte le sue risorse, mentali, corporee ed emotive: prepararsi per uscire di casa, incontrare gli amici, vivere le varie emozioni legate al mondo scolastico, esprimere le proprie opinioni, ascoltare quelle altrui, imparare a rapportarsi con gli altri. È come se i bambini e i ragazzi fossero privati di quella esperienza fondamentale, cioè il vissuto sensoriale ed emotivo, atto a favorire lo sviluppo psico-sociale ed emotivo del bambino/adolescente.

Contrariamente, a casa non ci sono i compagni, non ci sono gli “altri”, stare attenti alle lezioni è più difficile, distrarsi invece è facilissimo. Questa situazione amplifica una delle sfide più difficili e più importanti della Scuola: rendere i ragazzi autonomi, consapevoli e protagonisti assoluti della propria crescita e della propria formazione.


È palese da quanto appena detto che, venendo meno tale realtà per ovvie esigenze sanitarie, il distanziamento e l’isolamento sociale siano i moventi principali che spingono la mente di molti giovani e bambini verso scenari desolanti e desolati. Non avere contatti fisici, reali, con i propri pari, impoverisce la “dieta” del nostro cervello emotivo. Nei più piccoli l’impossibilità dei giochi di gruppo, dello stare assieme ad altri che non siano i membri del proprio nucleo familiare, generano irrequietezza e sintomi psicosomatici, non consentono l’apprendimento delle regole sociali, del gioco condiviso, non consentono di sperimentare il contatto con l’altro diverso da se e lo sviluppo di un’adeguata capacità di mentalizzazione.

Negli adolescenti e preadolescenti, che vivono un’età in cui l’inclusione e l’accettazione nel gruppo dei pari è una tappa essenziale da sperimentare, la chiusura forzata può aggravare quel senso di solitudine piuttosto frequente in fase dello sviluppo. Di conseguenza, aumenta la propensione all’isolamento e il rinchiudersi in camera e passare ore su internet, a connettersi virtualmente con gli altri, promuovendo emozioni virtuali che hanno una piattezza del vissuto, che mancano nella profondità esperienziale.


Ulteriori fonti di stress, ansia, panico e depressione nei giovani possono derivare anche dall’esperienza, diretta o indiretta, del vedere o sapere di propri componenti della famiglia gravemente malati e affetti da coronavirus, assistere alla morte di persone care o anche pensare alla propria morte per il virus. È bene ricordare che anche se gli adulti cercano di evitare di parlare apertamente ai bambini del virus e della pandemia in corso, nella convinzione di proteggerli, i più piccoli percepiscono ugualmente ciò che si cerca di nascondere loro.

Questo comportamento risulta essere controproducente giacché si è notato che i giovani con informazioni inadeguate sul motivo per cui sono state adottate misure di quarantena sono risultati più ansiosi. Ricordiamo che i bambini sono ben sintonizzati con gli stati emotivi degli adulti e l’esposizione a comportamenti inspiegabili e imprevedibili è percepita come una minaccia, con conseguente stato d’ansia, irritabilità, aggressività, disattenzione, continue domande, eccessivo attaccamento, reazioni che vanno a sostituire le risposte più comuni e prevedibili quali il pianto, la tristezza. I bambini, i ragazzi hanno bisogno d’informazioni riguardo il mondo loro circostante. Hanno bisogno di sapere. Quando queste informazioni sono assenti, i bambini cercano di dare un senso alla situazione da soli, talvolta in modo errato.

È essenziale, dunque, condividere con loro poche e corrette informazioni sul COVID parlando delle notizie ed eventualmente facendo da filtro, evitando che le conversazioni siano dominate esclusivamente dagli aspetti pratici della malattia. E’ importante, infatti, che non siano tralasciati gli aspetti emotivi inerenti i vissuti, i sentimenti e le emozioni sperimentate come parte integrante dell’attuale situazione. Instaurare una condivisione emotiva con il bambino sarà utile al fine di far emergere, in modo sicuro, le sue preoccupazioni e i suoi sentimenti consentendo di manifestare tranquillamente il proprio modo di vivere tale momento.

Obiettivo precipuo è quello di normalizzare la sua esperienza e il suo vissuto fornendo, contemporaneamente, gli strumenti emotivi necessari per affrontare al meglio questo periodo senza sentirsi sopraffatti da stati d’animo incomprensibili.
Unitamente a tali modalità di azione da parte dei caregiver verso i più piccoli al fine di ridurre l’impatto psicologico debilitante della pandemia, va ricordata altresì l’importanza dell’esercizio fisico. Mente e corpo sono strettamente interconnessi. L’attività fisica, anche solo per pochi minuti, modifica i neurotrasmettitori nel cervello e può avere un enorme impatto sulla capacità di regolazione dell’emotività. Quando un bambino è sotto pressione, il suo cervello produce alti livelli dell’ormone dello stress, il cortisolo, producendo anche adrenalina.

Un aumento del cortisone può aumentare l’ansia e la disregolazione. Quando questo accade, le abilità funzionali e di comunicazione sociale diminuiscono perché il cervello non può accedere alla corteccia prefrontale, che controlla il funzionamento esecutivo. Questo innesca una risposta di lotta o di fuga portando così un enorme picco di adrenalina. Questo circolo disfunzionale può essere disinnescato attraverso l’esercizio fisico che riesce a ridurre i livelli di cortisolo e di adrenalina, aumentando la dopamina e altre endorfine aiutando a ripristinare e migliorare la regolazione emotiva.

Dott. Peragine Gianfranco Psicologo e Psicoterapeuta
Docente onorario Federiciana Università Popolare


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