L’importanza di difendere e tutelare le coste: Sous les pavés, la plage!

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Pills of Common Good: L’importanza di difendere e tutelare le coste: Sous les pavés, la plage!

di Enzo Pranzini (*) in collaborazione con Associazione FareRete InnovAzione BeneComune APS – 10.03.2023

L’ associazione conferma la vocazione ai temi riguardanti il Bene Comune inteso come Bene Immateriale, il diritto alla vita, la famiglia, il diritto alla salute, al lavoro, promozione di uno sviluppo sostenibile ambientale, settore agricolo e alimentare e la libertà religiosa, la cultura della cittadinanza e il ruolo attivo dei cittadini all’interno della comunità di appartenenza.

IL VALORE DEGLI AMBIENTI, IL VALORE DEL TERRITORIO, DELLE COSTE, DELLA SPIAGGIA un contributo all’ Instant-book

Pills of Good Common, Osservatorio del Bene Comune, per lo sviluppo del Welfare di Comunità, “Riconoscere, Interpretare e Agire lo Sviluppo di Comunità”

L’Italia è il paese europeo con il maggior numero di chilometri di coste a rischio di erosione: su 7.500 chilometri, ben 2.400 ne sono interessati. Circa un terzo delle coste italiane, quindi, rischia l’estinzione per effetto dell’erosione». Gli studi dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA), secondo i dati prodotti da ISPRA, dei circa 4700 km di costa bassa, quasi 850 risultano in erosione, ma bisogna tenere conto che buona parte dei tratti rimanenti è in equilibrio o in avanzamento solo grazie a opere di difesa che hanno snaturato il paesaggio costiero, reso pericolosa la balneazione e indotto l’erosione nei settori di litorale posti sottoflutto, confermano che almeno un terzo di queste coste è in arretramento e soggetto all’erosione.

Il benessere dell’ambiente costiero è un aspetto prioritario, che non dovrebbe essere sottovalutato e a cui tutti dovremmo prestare molta attenzione attuando atteggiamenti responsabili. Le migliaia di chilometri di litorale che caratterizzano l’Italia si distinguono in: coste basse e sabbiose, e coste alte e rocciose; tutte hanno delle precise peculiarità e necessitano di attenzione e monitoraggio.

Sous les pavés, la plage!

Fin dalla propria origine, l’Homo sapiens ha frequentato le coste, come d’altra parte hanno fatto gli ominidi che lo hanno preceduto nell’evoluzione che ha portato alla nostra specie, ed anche la sua diffusione è avvenuta, in gran parte, seguendo il bordo del mare.

Qui abbiamo trovato abbondanti e facili fonti di alimentazione, clima favorevole, facilità di spostamento e, più recentemente, occasione di svago e di benessere. La riva del mare, ed in particolare la spiaggia, è un elemento del paesaggio non solo osservato ma anche vissuto ed interiorizzato, che quando lo raggiungiamo suscita sensazioni ed emozioni che, forse, vengono da molto lontano. Come lo stare accanto al fuoco, o l’essere accarezzati dal vento o sentire i tuoni di un temporale che si avvicina.

Camminare sul bordo del mare ci procura una sensazione di libertà, non solo fisica ma anche mentale, e la frase Sous les pavés, la plage!, scritta sui muri di Parigi nel maggio ’68, non deve essere letta solo come un invito a togliere le pietre dal selciato, sotto alle quali c’è la sabbia, e lanciarle contro la polizia per guadagnare la libertà, ma anche come la scoperta di quanto la società attuale non ci permetta di vedere e ci abbia allontanato da quell’ambiente naturale nel quale ci siamo evoluti.

Il considerare la spiaggia come bene comune, non significa sancire il diritto di ciascuno di piantare l’ombrellone dove meglio crede, appropriandosi, seppur per poche ore, di un pezzetto di arenile, ma il garantire a tutti l’accesso al bordo del mare e la possibilità di goderne la vista, stendersi al sole, affondare le mani nella sabbia o camminare con l’acqua alle caviglie, di ascoltare la musica che fanno i ciottoli che rotolano sulla battigia durante le mareggiate e, perché no, volgere le spalle al mare e guardare il territorio da un punto di osservazione privilegiato.

La prima e più forte denuncia di come procedeva la privatizzazione del bordo del mare, e la perdita di questo bene comune in Italia, la troviamo in un articolo-inchiesta di Antonio Cederna dal titolo ‘Hanno messo il mare in gabbia’, pubblicato su L’Espresso nel 1966, e che si riferiva alla speculazione edilizia che stava prendendo campo nel nord della Sardegna.

Ville, villette, case, casette, baracche, bar e barretti, chioschi, ristoranti e trattorie si ammassano lungo la spiaggia in tutta Italia e, anche quando non ne limitano l’accesso, ne determinano un degrado paesaggistico tale che quelle sensazioni primordiali a cui abbiamo diritto vengono completamente annullate.

Ma non sono queste le sole strutture che occupano la costa e che impediscono l’accesso al mare; aree industriali, ferrovie e porti, strutture e infrastrutture certamente utili e che contribuiscono alla ricchezza del Paese, sono state tutte progettate senza il minimo sforzo di ridurre il ‘consumo di costà, in particolare quando i limiti catastali erano incerti e lo Stato poteva costruire senza ricorre ad espropri. E così siamo stati tutti espropriati di un bene comune!

Ma l’Italia presenta un sistema di gestione costiera unica al mondo, emulata forse solo dall’Argentina, dove gli italiani hanno esportato il peggio del nostro vivere sul mare. Gli stabilimenti balneari, che in alcuni comuni occupano più del 90% dell’arenile, non solo privatizzano la spiaggia per cinque mesi all’anno, ma la rendono inaccessibile anche negli altri sette mesi, con sbarramenti sia lato terra che lato mare, che impediscono anche il passaggio attraverso i loro accessi che, in teoria, dovrebbero essere percorribili da chiunque e non solo dai loro clienti.

La direttiva Bolkestein impone la messa al bando delle concessioni, ma la lobby dei balneari riesce sempre a farne slittare l’applicazione, ed ora il Governo pensa di istituire una commissione per valutare se effettivamente la risorsa sia limitata e quindi se si debbano mettere a gare le concessioni che, inoltre, non avrebbero durata illimitata.

C’è il pericolo che si vada a sostenere che di spiagge “libere” ce ne sono ancora molte in Italia e che, non solo si rinnovino automaticamente le concessioni, ma se ne concedano altre.

È così che la spiaggia quale ‘bene comune’ diventerà sempre più un bene estremamente raro!

(*) Prof. Enzo Pranzini Già professore ordinario presso l’Università di Firenze, dove ora insegna “Dinamica e difesa dei litorali”, è autore di circa 300 articoli scientifici e di 15 libri su tematiche relative alla gestione dei litorali. Ha coordinato numerosi progetti di ricerca nazionali e internazionali su tematiche relative alla gestione integrata della zona costiera. È stato presidente del Gruppo Nazionale per la Ricerca sull’Ambiente Costiero ed è direttore della rivista “Studi costieri”. Fonte: MondoBalneare.com, in stampa “La strategia di Noè. Come adattarsi al mare che avanza”

 

Fonte:

Ass.ne FareRete

     Innovazione Bene Comune – Michele Corsaro

              Sede Legale dell’Associazione FareRete Bene Comune Aps in Roma “c/o Studio Catallozzi”

                                     – Via Bevagna 96 00191 Roma ”sede operativa Via Anagnina. 354 – 00118 Roma

fareretebenecomune@gmail.com  – www.fareretebenecomune.it

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