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Intervista a Chiara Dommarco

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alle ore: 17:51

“Un compito eccezionale e rischioso. Il governo bolscevico e la missione della Santa Sede al tempo della carestia degli anni Venti.” Intervista all’autrice

Dario Patruno

A margine della presentazione del libro sulla missione pontificia di soccorso agli affamati, inviata in Russia da papa Pio XI (1922-1924), svoltasi presso il Museo civico di Bari il 19 luglio, Maria Chiara Dommarco autrice della ricerca, ha rilasciato gentilmente questa intervista.

  1. La Chiesa in passato ha esercitato ruoli di grande aiuto alle persone, sfamandole innanzitutto. In termini quantitativi la missione di soccorso in Russia durante la carestia degli anni Venti quante persone ha aiutato?

L’aiuto portato dagli inviati pontifici tra il 1922 e il 1924 alla popolazione affamata degli ex territori zaristi comprendeva la distribuzione di beni di prima necessità (cibo, medicine, vestiti e scarpe) e, nel periodo di massima estensione della missione, si arrivò a distribuire più di 137.000 pasti caldi al giorno. Dunque, la missione in Russia, voluta da Pio XI, si inserisce nel quadro di quella che potrebbe essere definita “diplomazia della carità”.

  1. In quali altre forme questo aiuto si è esplicato?

I compiti dati dalla Santa Sede agli inviati furono svariati. Oltre alla distribuzione di beni di prima necessità, il padre gesuita Edmund Walsh, direttore della missione, intavolò complesse trattative con le autorità sovietiche e i diplomatici europei e statunitensi presenti a Mosca per tentare di ricomporre il conflitto tra le autorità sovietiche e la Chiesa cattolica, per la liberazione dell’arcivescovo cattolico Cieplak, del patriarca Tichon (cosa che non riuscì, com’è noto), per riportare a Roma le reliquie dell’allora beato (oggi santo) Andrzej Bobola, e per cercare di garantire la permanenza della missione anche dopo la prima fase dell’emergenza; il padre verbita Edward Gehrmann, direttore della missione negli ultimi mesi, continuò le trattative per cercare un accordo che permettesse la continuazione dei lavori, ma il governo leninista liquidò tutte le spedizioni straniere di soccorso e, nel settembre 1924, anche l’ultimo punto di distribuzione di cibo della missione pontificia fu chiuso;  il padre salesiano Aristide Simonetti si occupò della ricerca di soldati italiani dispersi (senza successo, nonostante la vasta rete di ricerca messa in piedi dal salesiano e dai suoi collaboratori, che coinvolse anche la Croce Rossa Italiana). Inoltre, i preziosi resoconti degli inviati, che costituiscono la base documentale più ampia dello studio, rappresentarono per la Santa Sede la fonte di informazione primaria di quegli anni, non solo in merito alle persecuzioni contro la Chiesa ortodossa e cattolica, ma anche per quanto riguarda il quadro politico, economico e sociale della Russia post zarista. Inoltre, essendo la provenienza degli inviati pontifici varia per appartenenza nazionale, ed essendo la Chiesa cattolica, per sua stessa natura, presente nei diversi Stati occidentali, le informazioni inviate e riferite di persona dai membri della spedizione rivestirono una notevole importanza anche per l’informazione dei governi e dei cittadini europei e statunitensi.

  1. Ritiene che la sua ricerca possa rendere giustizia al pontificato di PIO XI e dare testimonianza alla verità sulla base di fatti accaduti che hanno cambiato il destino di molte persone?

Credo che una ricerca basata sullo studio di documenti d’archivio di varia provenienza possa aiutare – per quanto sempre in modo perfettibile a far luce su una pagina di storia poco conosciuta   e così contribuire a restituire al lettore una memoria collettiva e personale più vicina alla realtà dei fatti. In questo senso, lo studio sulla missione pontificia può aiutare a comprendere meglio anche il pontificato di Pio XI, già oggetto di numerosi studi storiografici di valore.

 

  1. Nel 1922 in Italia arrivava al potere Benito Mussolini. Ci furono interferenze del Governo italiano o questa meritoria opera del Vaticano fu incoraggiata?

L’Italia partecipò ai soccorsi con una propria missione e tramite la Croce Rossa Italiana. La missione pontificia inviata dalla Santa Sede era autonoma dal punto di vista diplomatico. Certamente, in loco, gli inviati di Pio XI collaborarono per la parte logistica con le altre missioni presenti, prima fra tutte quella statunitense, ma la spedizione pontificia rappresentava la carità del papa e non era assimilabile a nessuna delle missioni straniere organizzate su base nazionale. 

  1. Pensa che alla luce del conflitto tra Russia e Ucraina, dal 24 febbraio, la lotta per la sopravvivenza possa trovare nuove forme di testimonianza che aiutino a dare attualità a ricerche storiche che rischiano di rimanere solo celebrazioni del passato?

Certamente, l’occasione del centenario della missione pontificia in Russia cade in un momento storico particolare, che rende ancor più attuale la storia degli inviati di Pio XI. Credo che, da un lato, questa ricerca possa aiutare gli eredi di quel passato a confrontarsi e, in alcuni casi, a riconciliarsi con esso; dall’altro, che possa interrogare utilmente anche chi, per storia personale, non ha legami con il mondo di cui si parla. Infatti, le circostanze affrontate dai protagonisti sono simili a quelle che viviamo noi oggi, in un mondo lacerato da conflitti armati, epidemie, crisi politiche ed economiche, e dove sono i più poveri ed emarginati a pagare il prezzo più alto. Pio XI, dopo l’esecuzione da parte dei sovietici di mons. Budkiewicz, sacerdote polacco condannato a morte nel marzo 1923 a seguito di un processo farsa, dichiarò che le persecuzioni contro la Chiesa non avrebbero arrestato l’opera di soccorso in atto: un esempio di come sia possibile rispondere al male perseverando nel fare il bene. Inoltre, mostra come la volontà della Santa Sede di stare vicino alla gente non sia mai venuta meno per ragioni politiche o di rivalsa, essendo per sua natura – oggi come ieri chiamata ad accompagnare tutti coloro che riesce a raggiungere, specialmente quanti sono abbandonati e dimenticati. In questo senso, scoprire la rilevanza per noi oggi della storia della missione pontificia in Russia significa riconoscere l’importanza di continuare a mantenere aperta la porta degli scambi culturali con la Russia e il mondo orientale, proprio per iniziare e/o continuare a tessere rapporti di collaborazione scientifica e di amicizia che possano sostenere il dialogo e contribuire alla ricerca di soluzioni concrete per il raggiungimento della pace. Papa Francesco, il 28 maggio, parlando al Pontificio Comitato di Scienze Storiche, ha detto: “Se la storia è spesso pervasa da eventi bellici, da conflitti, lo studio della storia mi fa pensare all’ingegneria dei ponti, che rende possibili rapporti fruttuosi tra le persone, tra credenti e non credenti, tra cristiani di differenti confessioni”. Credo che queste parole siano la cifra del compito che spetta alla ricerca scientifica, oggi in particolare: abbandonare il modello della cancel culture e cercare – anche faticosamente – di confrontarsi con ciò che ancora non si conosce, per trattenerne ciò che è buono e riconoscere e superare, invece, quanto vi è di cattivo. Mi auguro che questa prospettiva di dialogo possa prevalere in Occidente, altrimenti, avremo ceduto alla logica del conflitto, sprecando un’altra importante occasione di crescita personale e comunitaria.

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