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La dissolvenza del mondo nobiliare in Parini

Arte, Cultura & Società

di Stefania Romito

“Il giorno” di Giuseppe Parini è un poema didascalico satirico in endecasillabi sciolti, diviso in quattro parti (il Mattino, il Mezzogiorno, il Vespro, la Notte) edite le prime due rispettivamente nel 1763 e 1765, rimaste incompiute le altre e pubblicate postume nel 1801.

Il poeta, fingendosi “precettore d’amabil rito”, descrive con tono di volta in volta ironico, malizioso, sarcastico, sdegnato le ore vacue di un giovin signore, cui la pratica mondana impone il culto di un cerimoniale artificioso e assurdo. Il suo risveglio è tardo, ignaro di fatiche plebee; scelta tra esotiche bevande la colazione, condita dalle ciarle maligne dei maestri alla moda (di canto, ballo, musica e francese); complessa infine e lenta la toeletta, cui segue, precipitosa e funesta al volgo, la corsa in carrozza per le vie della città.

Al pranzo, in casa della dama di cui il giovane è galante cavaliere (antica, risibile usanza la fedeltà coniugale) a lui si uniscono altri campioni di nobile umanità, segnato alcuno, come il carnivoro e il vegetariano, da eccentriche manie; e nel fatuo tessuto dei discorsi alla moda anche la dama può inserire un bel tratto di sensibilità femminile col compianto della sua “vergine cuccia” colpita dal piede villano del servo, cui furon giusta condanna la disoccupazione e la miseria.

Poi il pranzo volge alla fine; e mentre a coglierne gli ultimi effluvi una turba cenciosa e miseranda si affolla alle porte del palazzo, i convitati passano a godere l’aroma del caffè e il gioco malizioso del tric-trac. Al vespro lo scenario è più arioso e più mosso, più amabile e morbido il tono. La passeggiata al corso riporta, in gara d’eleganza, maldicenze, gelosie e ripicchi, il sapore di un mondo settecentesco frivolo e galante, ritratto con sottile e compiaciuta precisione. A notte infine c’è il ricevimento mondano, col suo concilio di figure irrigidite in caricature disumane (lo schioccatore di frusta, il suonatore di corno, il costruttore di cocchi, lo sfilacciatore di tappeti), finché si chiude, con il gioco e i rinfreschi, la disutile vicenda di una giornata patrizia sotto la cui estenuata eleganza si celano vuoto di pensiero e aridità di sentimento.

Opera di stampo umanistico, tramata di richiami mitologici e di inserti preziosamente elaborati (le favole di Amore e Imene, del Piacere, del Canapè), registra, in un linguaggio denso e allusivo, le reazioni di una coscienza risentita di fronte alle storture della società. Dal confronto tra l’ozioso costume aristocratico e la dolente condizione del popolo trae le ragioni di una denuncia tanto più acuta e penetrante quanto più coperta e raffinata nelle forme; palesando al tempo stesso, nella attenta ricerca di perfezione stilistica, un ideale d’arte laborioso e severo, in cui è l’approdo estremo e più maturo del classicismo settecentesco.


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