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All’indomani delle elezioni venezuelane

Estero

Il 98,4% dei partecipanti al referendum ha dichiarato la propria opposizione alla volontà del presidente venezuelano Nicolás Maduro di riformare l’Assemblea Costituente, la cui votazione sarebbe stata prevista per il 30 luglio. Più di 7 milioni di votanti hanno detto “no” ad un piano che avrebbe definitivamente eliminato il concetto di democrazia nel Paese. Tuttavia l’opposizione, il Mud (Mesa de la Unidad Demicrática), non si è dichiarata completamente soddisfatta a causa della diminuzione dei voti rispetto alle elezioni del 2015, dove aveva ottenuto la maggioranza assoluta in Parlamento.

Questo referendum ha chiesto di approvare la riforma costituzionale del presidente, di permettere alle Forze Armate di difendere la Costituzione e il Parlamento e, infine, di indire nuove elezioni generali. La popolazione, dichiarandosi a favore di queste proposte, ha permesso al Mud di invocare la cosiddetta “ora zero”, ossia votazioni anticipate, forti del sostegno avuto dalla cittadinanza contro il regime maduriano. Di fatto i numeri non sono abbastanza da consentire l’abolizione totale della dittatura e la conseguente restaurazione democratica. Le caratteristiche di questa elezione (puramente simbolica) sono emblematiche per comprendere come il Venezuela non sia più un paese libero. Primariamente i seggi istituiti nel Paese, non sono organizzati dallo Stato in maniera capillare su tutto il territorio, ma sono predisposti dai volontari dell’opposizione (14mila allestiti in luoghi improvvisati come ad esempio chiese o centri culturali); non è inoltre un referendum riconosciuto dalle autorità venezuelane ma nasce dalla volontà del Mud di rendere pubblico e non ignorabile il rifiuto delle politiche attuate finora. Il rischio ora sarebbe quello di rendere il Paese diviso in due grandi fazioni non disposte alla collaborazione: i sostenitori del presidente in carica, insieme a coloro che sono legati a Hugo Chavez, e l’opposizione anti-Maduro.

Il Mud sta cercando, grazie a scioperi di massa e proteste, di costringere il Presidente ad abbandonare il suo comando. Tuttavia, queste manifestazioni continuano a provocare nuove vittime ad opera della polizia coadiuvata dai colectivos, ossia bande paramilitari fedeli al governo che svolgono azioni indipendenti di violenza contro i manifestanti o contro i sostenitori dell’opposizione. Nonostante questo tentativo di reazione, la democrazia e la giustizia continuano ad essere conquistati a suon di soprusi e morti. Le numerose proteste provocano numerosi feriti tra coloro che chiedono pubblicamente la libertà di esprimersi per un’esistenza migliore, lontana dalle oppressioni politiche, dall’ingerenza delle Forze Armate e della Corte di Giustizia.

Con l’elezione di Maduro alla presidenza il 14 aprile 2013, lo stato venezuelano è divenuto una dittatura autorizzata. Autorizzata dalla paura di ripercussioni. L’emergenza del Paese potrà essere gestita solo tramite una reale riorganizzazione dello stato in modo da affrontare i problemi economici, sociali e politici con un’ottica nuova, democratica. Proprio la democrazia è ciò che i numerosi manifestanti chiedono, la possibilità di scegliere un futuro più libero.

Sara Carullo

Laureata in Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Urbino


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