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Caso Bellomo e delegittimazione mediatica della Magistratura

Ora Legale

di Enzo Varricchio

In questi giorni si sta consumando una operazione senza precedenti di delegittimazione morale e istituzionale della magistratura, alla quale tutti o quasi stanno partecipando con una buona dose di ipocrisia e perbenismo, ma forse con scarsa consapevolezza degli effetti perniciosi che potrebbero derivarne.

Con il caso “scandaloso” del consigliere di Stato Francesco Bellomo e dei suoi corsi “hot”, con l’arresto  di qualche giudice corrotto, si sta raggiungendo l’acme del parossismo mediatico con effetti disgreganti dal punto di vista istituzionale. Da considerarsi eroi della lotta al terrorismo e alla mafia, o illuminati investigatori di “Mani pulite” e delle tante Tangentopoli, in questo momento i giudici soffrono un calo vertiginoso di immagine e popolarità, vedendosi accomunare a una sorta di massoneria prezzolata e pruriginosa sulla quale finalmente poter scaricare decenni di riformismo demolitivo della politica.

Gli imputati del processo in televisione questa volta sono loro e non è una bella sensazione, almeno per chi come il sottoscritto ha imparato dalla lezione di Piero Calamandrei (Elogio dei giudici scritto da un avvocato, 1935) che  la magistratura va difesa da attacchi indiscriminati, perché giudici credibili alimentano la fiducia dei cittadini nella giustizia, fiducia che rappresenta la miglior forma di prevenzione dagli illeciti e dagli abusi. Come diceva il grande costituente: “Per trovar la giustizia bisogna esserle fedeli: essa, come tutte le divinità, si manifesta soltanto a chi ci crede”. 

Per questo spiace accorgersi che molta parte dell’avvocatura è disposta a perdere il suo tradizionale garantismo quando si tratta di giudicare i giudici, finendo per abboccare a schemi accusatori frettolosi e generalisti senza avere davanti vere prove ma soffiate, anticipazioni e aspettative scandalistiche o buone occasioni per battaglie tanto ideologiche quanto ipocrite. Sono all’opera censori dei costumi altrui, profeti del giorno dopo, meritocrati frustrati e pudiche verginelle, che non vedevano l’ora di fare di tutta un’erba un fascio, assimilando nelle presunte rivelazioni persone e figure estranee al caso Bellomo, magari ree soltanto di avere potere e successo (difetti imperdonabili agli occhi della vorace opinione pubblica), oppure di aver frequentato i suoi corsi.

C’è da chiedersi dov’erano costoro quando in “Il magistrato senza qualità” (1996), parafrasando il famoso romanzo di Robert Musil, Vito Marino Caferra, denunziava la mutazione antropologica in atto nella magistratura italiana per le trasformazioni socio culturali dell’intero ordine giuridico ma anche per eccessi e deviazioni di alcuni magistrati di successo, stigmatizzando l’avvento di un ideal tipo negativo di magistrato, un uomo di potere che, muovendosi tra formule giuridiche, costruisce la sua carriera come quella di un politico o un manager di se stesso e, incrinando l’autonomia della propria figura, crea un vuoto proprio nel settore che gli appartiene.

Non si sono accorti i censori che l’osmosi tra politica e magistratura ha raggiunto livelli preoccupanti, che ogni giorno il valzer delle poltrone e degli incarichi, intriso di sesso e prevaricazione, seduce e corrompe i luoghi consacrati al diritto perché è la società stessa ad essere incancrenita e corrotta? Che i magistrati non sono tutti uguali e che la stragrande maggioranza di loro, più o meno munita di potere, vive e lavora ogni giorno in modo silenzioso e solerte?

A chi gioverà questo olocausto? Agli imputati in attesa di giudizio, alla lotta alla criminalità e alla corruzione, al signor B che si sarà preso la sua vendetta o ai media che avranno giustiziato la giustizia sotto le direttive di volontà oscure e con la connivenza di ataviche invidie e gelosie?

Urgono chiarezza e severa rapidità delle decisioni disciplinari, norme che impediscano commistioni sospette, pluralità di incarichi e superpoteri, ma è necessario anche prendere le distanze dai processi di piazza difendendo l’importanza fondamentale della funzione magistratuale e la serenità di chi la esercita.

 


One Reply to “Caso Bellomo e delegittimazione mediatica della Magistratura”

  1. Stefano ha detto:

    Non mi pare che ci sia una operazione di deligittimazione… aspettiamo con interesse che in questa grottesca storia italiana, sia fatta piena luce da quella magistratura che ogni giorno con sacrificio, dedizione e onestà assicura e amministra la giustizia nel nostro Paese.
    Stefano de Carolis

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