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Siri è l’ennesima sconfitta politica del M5S

PoliticaPolitica italiana

Il caso Siri sta assumendo contorni sempre più marcati. Nonostante la dichiarazione del premier Giuseppe Conte di proporre la revoca del mandato del sottosegretario Siri (Lega), Matteo Salvini non accenna a mollare la presa.  Il leader del Carroccio infatti ha dichiarato che “il sottosegretario non farà nessun passo indietro e nessuno lo molla. Siri non si dimetterà”.  Dunque se si pensava che la questione si sarebbe risolta una volta che il premier Conte si fosse espresso sull’argomento dopo il ritorno dal Forum sulla Via della Seta a Pechino, ciò non è avvenuto. Anzi, i toni si sono accesi ancora di più. Il vicepremier Luigi Di Maio quindi non può che appellarsi alla maggioranza degli esponenti pentastellati all’interno del Cdm in cui verrà presa una decisione ufficiale in seguito a votazione.

Il caso politico si crea nel momento in cui quello che poteva essere un semplice caso di corruzione, seppur da accertare a livello giudiziario, si è trasformato nell’atto finale dell’eterno braccio di ferro tra le due anime governative. Di Maio, pronto a festeggiare la sua vittoria politica dopo la dichiarazione di Conte, ha dovuto continuare a scontrarsi con il suo alleato Salvini nel momento in cui quest’ultimo non vuole accettare che la sua leadership venga messa in discussione. Quando l’intera opinione pubblica e stampa italiana, da giorni continua a discutere sulla questione, la premier Theresa May ha licenziato immediatamente il Ministro della Difesa Gavin Williamson per la presunta fuga di notizie in seguito al Consiglio di sicurezza nazionale del 23 aprile. Un atteggiamento estremamente diverso per un caso politicamente simile.

La questione Siri si inserisce in una riflessione più sottile: è l’emblema della criticità dei rapporti tra gli alleati di governo. La difficoltà del caso risiede nella necessità per entrambi di recuperare una forza politica simbolica ma necessaria per imporsi non solo a livello nazionale, ma anche europeo. Siri rappresenta per Di Maio la possibilità di legittimarsi come alleato alla pari della controparte leghista nel momento in cui si è acquisita la tardiva consapevolezza politica dell’essere stati subalterni sin dall’inizio dell’esperienza di governo. L’aver negato l’autorizzazione a procedere per Salvini, invocando una presunta volontà popolare espressa attraverso la problematica piattaforma Rousseau, è stato il punto di non ritorno.

Probabilmente nel Consiglio dei Ministri di metà settimana, grazie alla maggioranza numerica dei pentastellati, si deciderà a favore delle dimissioni del sottosegretario Siri. Ma questa non è altro che l’ennesima sconfitta politica del Movimento 5 Stelle.

 


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