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Migranti, la storia dell’eritrea Danait: “In Italia per riprendermi la vita”

Interviste & Opinioni

a.fabbretti

“Sono fuggita dall’Eritrea perché laggiù non si può vivere” racconta Danait

ROMA – “Prima di arrivare in Italia con i Corridoi umanitari avevo tutte le porte chiuse, non avrei mai potuto venire in Europa per studiare e avere una vita normale, come sogniamo tutti. Ora lavoro come mediatrice: voglio aiutare altri ragazzi a ricostruire le loro vite da zero”. Danait Guush Gebreselassie è una rifugiata eritrea di 28 anni, arrivata in Italia a gennaio scorso.

La ‘Dire’ la intervista a margine di un evento di cui è, insieme, protagonista e simbolo: l’annuncio del “Nobel per i rifugiati”, il Premio Nansen 2019, ai Corridoi umanitari.

Il Premio è conferito dall’Alto commissariato per i rifugiati (Unhcr) a chi si distingue per l’aiuto fornito a questa categoria così vulnerabile. Nel mondo, Unhcr calcola che i rifugiati siano oltre 70 milioni.

I Corridoi si ripropongono di fornire assistenza nell’area del Mediterraneo: lanciati nel 2015 da Chiese protestanti e Comunità di Sant’Egidio, in collaborazione con le istituzioni italiane, è stato possibile trasferire in Italia oltre 2.500 migranti e rigufiati di nazionalità siriana, eritrea e somala, nel rispetto delle leggi e garantendo un viaggio sicuro, lontano dalle maglie dei trafficanti.

“Sono fuggita dall’Eritrea perché laggiù non si può vivere” racconta Danait: “C’è un regime dittatoriale che impone il servizio militare obbligatorio che dura quasi tutta la vita. Nessuno di noi è in grado di avere una vita dignitosa: non possiamo studiare, avere una famiglia o lavorare, perché tutto è concentrato sulla leva obbligatoria. Inoltre non ci sono libertà di nessun tipo”.

Danait ha deciso quindi, come tanti eritrei, di scappare verso l’Etiopia, dove per un periodo ha risieduto con sua madre nel campo profughi di Hirzait, nella regione di Scirè, nel nord del Paese. Da qui poi, nel gennaio scorso, è riuscita a venire in Italia grazie ai Corridoi umanitari. Oggi vive in provincia di Campobasso con la mamma, dopo un periodo di accoglienza in famiglia in cui, sottolinea, “mi sono integrata molto bene”.

La formula di inserire i migranti e rifugiati in famiglie italiane è propria dei Corridoi, che in questo modo, come hanno spiegato oggi i responsabili, propongono un sistema di accoglienza diffuso e sostenibile.

Oggi la giovane eritrea lavora come mediatrice in un centro di prima accoglienza per minori non accompagnati provenienti dalla Libia: “Con gli assitenti sociali e gli avvocati aiuto questi ragazzi a preparare i documenti e a ricostruirsi da zero una nuova vita. E’ un lavoro che mi piace molto: almeno posso contribuire nel mio piccolo per altre persone. Il mio sogno? Fare l’insegnante in una scuola per l’infanzia”.


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