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Troppo lontano per andarci e tornare

Oltre Tevere

 Il 31 dicembre 1899 il piroscafo mercantile Holy Steam salpa dal porto di Le Havre alla volta di Buenos Aires. Nella stiva del vapore viaggia il piccolo circo Au Diable Vauvert, da una locuzione francese che designa luoghi vaghi, lontani: un po’ come “in capo al mondo”. A dispetto del  nome esotico, in realtà è la prima volta che i circensi lasciano la Francia, ma il loro spettacolo e le loro stesse esistenze sono descritte da subito come un lungo viaggio pieno di biografie bizzarre e tortuose, così come evocativi sono i nomi scelti per i vari personaggi tra cui Orlando, Nounours, Chouchou, quasi dei nomi “parlanti”.

La narrazione, che si iscrive perfettamente nella tradizione della letteratura di viaggio tra settecento e ottocento, gioca tra passato e presente, racconta la vita di Au Diable Vauvert  prima della partenza , cogliendone il culto della meraviglia sulle strade di Francia e torna puntualmente alla stiva e al piroscafo, con perfette scene di vita di bordo. Se da un lato l’autore delinea Au Diable Vauvert come un porto sicuro per gli artisti che ne fanno parte e sottolinea come sia la famiglia che ci si sceglie, il solo luogo in cui la diversità di ciascuno non ha bisogno di schermirsi, e dove anche l’amore si manifesta come rispettosa protezione fra reciproche solitudini; dall’altro –  con una scrittura pulita e precisa, piena di riferimenti letterari (da Racine al fantasma di Montaigne all’ombra di Melville, evocata dal  Marcel Schwob, uno degli scrittori più interessanti della scena patafisica francese, singolare e solitario spettatore di una delle rappresentazioni, al simbolismo della balena come possibilità, che si svolge per tutto l’arco narrativo), e una trama pregna dei grandi archetipi letterari quali il viaggio, l’avventura, le peripezie, l’altrove – rivendica un universo letterario più ampio e originale, in cui alle cronache di viaggio e ai racconti sui personaggi affianca affreschi storici dello spettacolo itinerante, cartoline di luoghi memorabili: Biarritz, Arles, Vauvert, gli angiporti di Marsiglia, i villaggi rivieraschi sulle sponde della Loira, il villaggio algerino di Bou Saada alle porte del deserto sahariano, il Boulevard du Crime, offrendo al lettore un variopinto affresco della Francia fin-de-siècle colta dalle sordide periferie punteggiate di vicoli ambigui.

«– Ci sono balene albine nel Pacifico.
Nella platea serpeggiò una curiosità impellente.
– Sì, ci sono stati numerosi avvistamenti di balene albine,“bianche come lana” a detta di certi cronisti. E fra queste, all’inizio del secolo, si distinse un maestoso capodoglio ben noto a chi navigava nei pressi dell’isola di Mocha, al largo delle coste cilene. A causa di ciò, la creatura fu battezzata col nomignolo di Mocha Dick, e divenne leggendaria per esser sopravvissuta a un centinaio di attacchi, per aver distrutto lance e danneggiato baleniere. Ci hanno persino scritto un romanzo sulla caccia a una balena bianca: s’intitola Moby Dick».

STEFANO DI LAURO

È autore, regista e compositore. Ha pubblicato Eroine nient’altro da dichiarare (2012) e Dittico dell’amore osceno (2011) per Shamba Edizioni; La mosca nel bicchiere – La poetica di Carmelo Bene (Icaro, 2007); Opere (Besa, 2006).

Come regista teatrale ha lavorato in Italia e all’estero. Autore di testi teatrali, adattamenti di opere straniere e riscritture di classici, ha anche realizzato opere di video-arte e documentari, e scritto musiche di scena affiancando numerosi progetti musicali e discografici. Ama i miti e per questo si definisce un mitonauta.


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