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Quel che resta del PSI, tra critica e autocritica

Politica

A margine di un’ampia intervista rilasciata da Claudio Martelli a Walter Veltroni  

di Andrea Ermano 

Forse altri ne verranno, ma a tutt’oggi Claudio Martelli impersona l’ultimo leader della sinistra italiana dimostratosi ancora capace di sviluppare una visione politica innovativa e mediamente plausibile. Questo avvenne nell’ormai lontana Conferenza Programmatica “dei meriti e dei bisogni” tenutasi a Rimini nel 1982.

    «La verità nuda e cruda è che dopo la stagione del centrosinistra, la sinistra italiana, noi compresi, non ha più avuto una strategia dell’intervento sociale che non fosse puro assistenzialismo», disse Martelli nella sua relazione. Si compiva a Rimini un passo importante del “rinnovamento socialista”, consistente soprattutto nell’emancipazione del PSI (allora giunto al suo novantesimo anno) da una “doppia subalternità”, rispetto alla Dc nella sfera del governo, e rispetto al Pci nell’ambito della presenza sociale: «Liberarsi da questo retaggio è stata un’impresa titanica», rivendica orgogliosamente l’ex delfino di Craxi.

    In un’ampia intervista apparsa sul Corriere della sera del 12 ottobre scorso Martelli è ritornato su quegli anni, e su alcuni aspetti cruciali nel successivo passaggio tra la Prima e la Seconda Repubblica, «ammesso ne sia mai esistita una seconda», ha chiosato l’intervistatore, Walter Veltroni. Intervistatore d’eccezione, a ben vedere, essendo egli stato un protagonista di primo piano sulla scena politica italiana. E, dunque, a maggior ragione apprezzabile per assenza di protagonismo e capacità di ascolto.

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Martelli e Veltroni, l’uno quasi ottantenne e l’altro ultrasessantenne, sono i due eterni ragazzi della sinistra italiana. Appartengono a generazioni contigue. Tra loro ci sono importanti affinità, e anche altrettanto importanti differenze, ma quello che li accomuna è forse il duplice sentimento di una grande occasione mancata e di una minaccia incombente, da fronteggiare.

    Walter Veltroni entra in Parlamento nel 1987 poco più che trentenne come deputato del Partito comunista italiano (PCI), assume nel 1992 la direzione dell’Unità, quotidiano fondato da Antonio Gramsci, e diviene vicepremier nel primo governo Prodi (1996). Due anni dopo assume la carica di segretario nazionale dei DS in successione a Massimo D’Alema, che a sua volta subentra a Romano Prodi in qualità di Presidente del consiglio. Nel 2001 è eletto sindaco di Roma, poi confermato per il secondo mandato fino alla scadenza naturale del 2008. La carriera politica di Veltroni culmina e si conclude con la fondazione del PD, di cui è il primo segretario nazionale dal 2007 fino alle dimissioni nel febbraio 2009, rassegnate a seguito di varie sconfitte elettorali, nonché di diversi conflitti politici intestini, tra cui quello con D’Alema sulla crisi del partito e quello con Prodi sulla crisi del governo.

    Walter Veltroni è stato a lungo il principale fautore di una fuoriuscita “americana” dei post-comunisti dalla casa madre socialdemocratica europea. La fondazione del suo PD ha coinciso con la secessione della sinistra italiana dal PSE e dall’Internazionale Socialista. Il PCI-PDS-DS-PD – dopo la caduta del Muro di Berlino (1989) e fino all’“amalgama malriuscito” del 2007 – aveva fatto parte della casa madre socialista, nella quale per altro rientrerà nel 2014.

    Stiamo rievocando anni d’incredibile leggerezza. Anni nei quali l’egemonia del Finanzkapital sulla globalizzazione ha ipnotizzato gran parte dei gruppi dirigenti post-comunisti d’Eurasia. Ma chi è senza peccato scagli la prima pietra. In America, per dire, la catastrofe dei subprime del 2008 non avrebbe assunto le dimensioni che conosciamo senza l’abrogazione del Glass-Steagall Act, avvenuta con l’avallo di Bill Clinton nel 1999. Fu quello il segnale di uno scatenamento speculativo, il più massicciamente forsennato che la storia umana ricordi. Per la cronaca: il Glass-Steagall Act era stato voluto da Franklin Delano Roosevelt in seguito alla grande crisi finanziaria del 1929. Esso prevedeva una netta separazione tra attività bancarie tradizionali e investment banking; ciò per impedire ai signori di Wall Street di giocarsi al casinò finanziario i sudati risparmi della gente comune.

    In Europa, e in Italia soprattutto, l’abbandono della casa madre socialista, in combinato disposto con un crescendo di plateale estraneità verso il mondo del lavoro dimostrata da parte del post-comunismo filo-finanziario, favorevole a liberalizzazioni e privatizzazioni d’ogni genere e grado, non poteva alla lunga non causare una grave frattura simbolica nel popolo della sinistra. Perché tu puoi, magari anche in buonafede, ritenere di esserti costruito un’immagine smart, adeguata ai nuovi percorsi della seduzione e del consenso. Ma se non ti chiami Berlusconi e sei stato, ad esempio, il Partito comunista italiano, ingenererai il senso di un tradimento affettivo accecante e stridente e getterai parte dei “tuoi” quanto meno nel non-voto. La gente che ti seguiva si accollerà sempre più di malavoglia la seccatura di recarsi inutilmente al seggio e votare per una forza politica che cambia tre volte nome e narrazione, ma mai i propri dirigenti.

    Nel 2006 in un intervento a un convegno milanese promosso per una “Sinistra come in Europa: Autonoma, socialista, laica”, avanzavo l’ipotesi che tre spostamenti (uno grande, uno medio e uno piccolo) sarebbero di lì a poco conseguiti alla nascita del partito veltroniano e dunque alla fuoriuscita del PCI-PDS-DS-PD dall’alveo socialista: a) un notevole spostamento a destra dell’asse politico nel nostro Paese; b) un sensibile spostamento a destra dell’asse politico europeo; c) un lieve spostamento a destra dell’asse terrestre. La progressione era eccessiva, iperbolica, lo ammetto, ma io quel giorno a Milano pensavo (o quanto meno speravo) di esagerare. Invece, eccoci qua, con la famosa “mucca nel corridoio” di conio bersaniano.

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Ciò detto, veniamo ora a Claudio Martelli che svela una serie di cose sulla fine del PSI, la lotta alla mafia, i rapporti tra socialisti e comunisti, il ruolo della Democrazia Cristiana. Che sembrano temi generici, ma nascondono vicende drammatiche, quando non tragiche, come quelle di Aldo Moro, Enrico Berlinguer, Giovanni Falcone e Bettino Craxi.

    Per Martelli la sinistra italiana è stata sconfitta perché incapace di sottrarsi alla solita vecchia storia di Romolo e Remo, l’un contro l’altro armato. Invece di unirsi e restare unita a tutela degli interessi comuni, la sinistra italiana, e soprattutto quella più marcatamente ideologica, ha cavalcato la criminalizzazione e la demonizzazione del concorrente interno, trattato con grande spietatezza. Ha cavalcato ed è caduta.

    «La sinistra che ha vinto in Europa è la sinistra non marxista, i laburisti inglesi e la socialdemocrazia tedesca che non erano dottrinari, attingevano, come mi disse Brandt, più a Lassalle che a Engels. Quanto più l’impianto ideologico è rigido, coerente, implacabile, tanto più prende l’impronta settaria. E il settarismo è la premessa della divisione. La divisione è la premessa dell’impotenza o della sconfitta. Ieri come oggi», sostiene Martelli.

    In nome del rigorismo la ragion di stato ha prevalso nel Caso Moro, in cui i misteri si aggiungono ai misteri: «E poi le figure di Cossiga e Andreotti. Il primo fa un gioco spericolato e spregiudicato, lo fa essendo amicissimo e legatissimo a Moro. Come fai a non impazzire? Ricevi quella lettera e contemporaneamente hai, nella tua Unità di Crisi, gente che dice che non lo vuole trovare o che spera di trovarlo già morto. Altro che non dormirci la notte… Si capisce che poi sia stato male per il resto della sua vita, si è portato sulla coscienza un peso. Anche Andreotti chiuse qualunque varco e pare addirittura che la dichiarazione del Papa sia stata corretta da lui. C’è da restare sgomenti. Mai vista un’interpretazione così estrema e così crudele della ragion di Stato. Mai».

    In nome del rigorismo la ragion di partito ha altresì prevalso nel Caso Craxi, in cui la crisi sacrificale si è abbattuta sul capro espiatorio spentosi ad Hammamet: «All’inizio, dopo che si era rifugiato a Hammamet, mi aveva lasciato un numero riservato. Lo chiamavo dalle cabine telefoniche. Noi vivevamo come braccati. (…) Per due o tre anni sono caduti i contatti. Alla fine Stefania me l’ha passato al telefono; mi dice: “Ti devo fare una sorpresa” ed ero felice. Anche lui era molto contento, mi chiese di mio figlio. Mi sono commosso, lui aveva una voce stanchissima. Gli ho detto: “Vengo a trovarti”. “Aspetta un momento, adesso mi sono appena ripreso dall’operazione”. Invece non si riprenderà più. La sua morte è ancora oggi inaccettabile. Non esisteva per il governo la possibilità di prendere un aereo e farlo operare a Madrid, a Parigi, a Tel Aviv? Non si fa operare un ex presidente del Consiglio in un ospedale non attrezzato, con uno dei medici che deve chiedere all’infermiere di reggere la lampada per illuminare il tavolo operatorio. Napolitano ha ragione: Craxi è stato trattato con una durezza senza eguali».

    La storia raccontata da Martelli è poco allegra: Moro, Berlinguer, Falcone e Borsellino tutti morti. E così Craxi. Anche il PSI è finito. «Il Psi finisce con Mani pulite. Inutile girarci attorno», ammette Martelli. Finisce nella mutata “costituzione materiale” del Psi craxiano. È come se «il partito fosse stato “occupato” da persone che, con quei valori, non avevano molta relazione», incalza Veltroni.

    «Sì, e Bettino se ne accorse. Ricordo un incontro nell’ascensore alla Direzione del partito. Entra un compagno noto, non dico chi. Lui lo guarda e dice: “Ma, a te, non ti hanno ancora arrestato? Con quello che stai combinando…”. L’affaire politica è sempre esistito, anche nel glorioso primo dopoguerra, anche nel secondo dopoguerra. Mussolini pigliava quantità sterminate di denaro da tutti i suoi foraggiatori e nel dopoguerra i partiti appena nati avevano bisogno di vivere», spiega Martelli: «La Dc prendeva i soldi dalla Cia, il Pci dall’Unione Sovietica, il Psi per un po’ li ha presi anche lui dall’Unione Sovietica poi invece sono passati al Psiup, come è poi successo al Pci con Cossutta. Dopo di che il partito si è arrangiato. Naturalmente l’arrangiarsi era molto più rischioso che non i canali super riservati dei finanziamenti internazionali. Ogni tentativo di mettere ordine, che pure facemmo con Formica e Nesi, fu travolto dalle lotte correntizie interne. Le correnti si devono finanziare e la forma è ancora più rischiosa. Questo andazzo è durato dieci anni. Ma, diciamoci la verità, Tangentopoli e Mani pulite non sarebbero successe senza il crollo dei muri a Berlino Est. Fu un cambio d’epoca».

    E il socialismo? «È finito il socialismo?», domanda Veltroni alla fine dell’intervista e questa formula mi restituisce una qualche minima resilienza di contentezza, perché il dubbio insito nella logica interrogativa “aperta” rappresenta un bel progresso, dal mio punto di vista, se rivado mentalmente alle certezze veltroniane di vent’anni fa, quando ogni socialismo veniva dato per morto e rimorto.

    «No, io non penso che sia finito, il socialismo», ha risposto Martelli: «Dedicherò quel che mi resta da vivere a dimostrarlo». E ha concluso: «È stato un errore credere alla storia della fine delle ideologie, bubbola inventata dal pensiero unico. In realtà, spazzando via insieme con il comunismo anche il socialismo, la socialdemocrazia, i fermenti più radicali delle varie forme di sinistra e persino il liberalismo nella sua forma autentica e le culture democratiche, è rimasta in piedi un’unica ideologia che è il nazionalismo sovranista. Prima gli italiani, dicono. Quando uno dice prima gli italiani, prima gli americani, la cosa importante che ti sta dicendo è che tu vieni dopo. Tu non sei importante, non sei come loro. Non esisti, sei un problema. Non una risorsa, come invece è chiunque di noi».

    Non possiamo che associarci a questi accenti critici (e autocritici). E nel nostro piccolo ci apprestiamo a celebrare il centoventicinquesimo anno del Centro Estero socialista, quel che resta del PSI, attivo senza soluzione di continuità a partire dal 17 febbraio del 1894 lungo cinque quarti di secolo fatti di lotte, di lavoro e di vita in uno specifico esilio affettivo chiamato “emigrazione”. L’appuntamento è fissato per sabato 14 dicembre 2019 al Cooperativo di Zurigo.


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