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Resilienza o resistenza? Nuove strategie per promuovere il benessere nei figli di coppie separate

Cultura & Società

Resilienza o resistenza?. Nuove strategie a disposizione del Mediatore Familiare per promuovere il benessere nei figli di coppie separate

In psicologia la resilienza è un concetto che indica la capacità  di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici , di riorganizzare positivamente la propria esistenza  dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita ci offre, senza alienare la propria identità. Sono persone resilienti quelle che immerse in circostanze avverse, riescono , nonostante tutto e contro ogni previsione, a fronteggiare le avversità del quotidiano. Il termine resilienza, (che ci arriva dalla fisica e indica la proprietà di alcuni metalli di essere plasmati  e di essere in grado di ritornare alla forma iniziale) è diventato oggi di moda ed è ormai ampiamente presente nel gergo comune, lo stesso,però, richiama erroneamente il concetto di forza e di adattamento, facendo venire in mente un materiale solido come una roccia.

In realtà il concetto di resilienza non fa riferimento a una qualità statica, quanto piuttosto a un processo attivo che si dispiega nella relazione dinamica fra la persona e il contesto (sociale, relazionale, istituzionale) nel quale la stessa opera ed interagisce.  Ogni persona ha un ruolo attivo nel modellare l’ambiente che lo circonda: seleziona e struttura le esperienze, che agiscono, a loro volta, nel senso di promuovere lo sviluppo del sé oppure di inibirlo. La capacità di resilienza non designa la semplice abilità di resistere agli eventi avversativi, ma definisce una dinamica positiva volta al controllo degli eventi e alla ricostruzione del percorso di vita (Vanistendael & Lecomte, 2000).

Il concetto di resilienza dovrebbe essere associato ad un materiale come l’acqua, che pur conservando i suoi principi si adatta alle varie condizioni ambientali, passando da materia solida a gassosa e tornando liquida. I genitori separati possono, nelle ipotesi migliori, non solo diventare resilienti ma anche, ed è auspicabile, essere promotori di percorsi di resilienza nei loro figli. Secondo Goldstein, massimo esperto in resilienza nei bambini le vie principali per insegnare e formare alla resilienza sono:

  • Praticare l’empatia
  • Incoraggiare la responsabilità
  • Potenziare l’abitudine a prendere delle decisioni
  • Insegnare l’ottimismo attraverso critiche costruttive

Sono questi i quattro punti cardinali che dovrebbero guidare il mediatore nella conduzione del lavoro di mediazione familiare con famiglie in via di separazione o separate; il tutto attraverso una serie di steps programmati che dovranno portare alla creazione di un accordo condiviso nell’interesse dei figli e della stessa coppia, riducendo in questo modo le asprezze e le sofferenze per una separazione spesso non prevista, comunque non desiderata e meno che meno accettata.  I minori che respirano un elevato livello di tensione dei propri genitori per proteggersi e per sopravvivere hanno bisogno di “credere in una verità”, rispondendo da soli a quelle domande scomode che si portano dentro ed alle quali non hanno voglia di dar voce; diventa per loro difficile l’approccio e il dialogo con gli adulti/genitori troppo concentrati a raccogliere le prove per colpevolizzare l’altro per tutta  la sofferenza che inevitabilmente è interconnessa con la fine di un rapporto sentimentale. Spegnere il riflettore sul malessere del minore e avviare un lavoro rivolto alle figure genitoriali potrebbe permettere al ragazzo, specie in età adolescenziale di abbassare le resistenze, riscoprire le proprie emozioni e lasciar tornare a galla le innumerevoli domande irrisolte: Tornerete ancora insieme? Vi ho fatto soffrire? Sono stato un figlio desiderato? Lavorare esclusivamente sul minore, sul suo dolore relativo alla separazione, attraverso anche un percorso terapeutico integrato se necessario, senza promuovere o incentivare un percorso di mediazione tra i genitori può risultare non solo un intervento sterile, ma anche capace di generare dei sentimenti di frustrazione ed inadeguatezza. Ritardare l’avvio di percorsi di mediazione potrebbe,invece, contribuire ad alimentare processi di resistenza, anche tra genitori e figli, diminuire la capacità di resilienza ed aumentare nei minori la possibilità di sgretolarsi, come la roccia. L’avvio ad un percorso di mediazione familiare invece dimostra ai figli che è possibile cambiare forma, adattarsi ad ambienti più favorevoli e funzionali al loro benessere, separandosi pur rimanendo se stessi.

Giacomo Marcario

Comitato di Redazione de “Il Corriere Nazionale”


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