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La scomparsa di  Giampaolo Pansa. Uno scrittore che cercava la verità nella storia

Arte, Cultura & Società

di Pierfranco Bruni

E’ scomparso Giampaolo Pansa. Ebbi  modo di conoscerlo alla fine degli anni Novanta (1999) quando scriveva su “L’Espresso”, nella redazione del settimanale, ma in seguito ci incontrammo anche verso via della Scrofa. Giampaolo Pansa, giornalista, saggista, scrittore e “revisionista” era nato nel Piemonte di Casale Monferrato l’1 ottobre del 1935. E’ morto a Roma il 12 gennaio 2020. Il giornalista che capì immediatamente le Rosse Brigate e che ebbe il coraggio di rileggere la storia del Fascismo oltre l’accademismo. scrissi numerosi libri e lavorò per diverse testate. Qui voglio ricordare lo scrittore. Uno scrittore che conosceva molto bene il senso il viaggio del narrare.

Letteratura e politica, letteratura e storia sono stati sempre un intreccio indelebile. Credo che il romanzo di Giampaolo Pansa dal titolo: Romanzo di un ingenuo vada letto come uno spaccato politico – culturale che butta sulla scena tutti i cattivi pensieri ma riesce a buttare fuori dalla scena stessa anche delle impalcature. Una scrittura, come ho avuto modo di dire in altre occasioni, limpida. Anzi bella. Un linguaggio che riesce a catturare non per simpatizzare con il lettore ma perché è “un” linguaggio: è il linguaggio di Pansa. Un romanzo.

Uno di quei romanzi che è calato nello spirito di un’epoca, dentro il Novecento, nella storia che diventa memoria ma che lascia come riferimenti alcune date significative. E’ tutto un attraversamento ma è anche una rilettura “forte” di spaccati della nostra storia recente. E mi voglio qui riferire al capitolo dal titolo: “L’inganno del Sessantotto”.

Si legge: “Ansiosi di realizzare la loro utopia libertaria, i leaderini studenteschi sfoderarono subito un’arma che poi sarebbe stata usata dappertutto e contro tutti gli avversari: la deformazione sistematica della verità. Sono troppo duro nel giudizio? Dimentico i tanti ragazzi e le tante ragazze che, nel Sessantotto, scoprirono il piacere di una libertà pacifica? Può darsi. Ma quelli che li guidavano, i loro pifferai, non meritano tenerezze. Erano dei bugiardi faziosi allora. E molti hanno continuato a esserlo oggi, nell’età dei capelli grigi”. Abbandoniamo per un attimo questo intaglio. Si tratta di un romanzo fatto di tradizione culturale in termini espressivi ma anche di recupero di tradizioni sul piano del contenuto. I grandi valori non si dimenticano e non si trascurano. La famiglia, il padre, la madre. Il racconto parte dal racconto stesso del padre e della madre.

Lo scrittore è proprio qui. Perché spiana il tutto in una tensione narrativa che è fatta di avventura. Pansa ci conduce, lentamente, verso il mistero del racconto nella realtà. Testimonianze che si intrecciano e ritornano a farsi vita emozionante. Storia delle emozioni e storia delle idee si incontrano. Si parlava di pifferai. Sempre nel romanzo si legge: “Ebbero una schiera di complici, questi pifferai. Primo fra tutti, il vecchio Pci. O almeno una delle due anime del partitone rosso, allora governato da Luigi Longo”.

Non c’è soltanto la ragione della fine di una ideologia. C’è la fine di una passione che ha attraversato generazioni. E in queste pagine c’è l’uomo, c’è lo scrittore, c’è il giornalista ma soprattutto il testimone che ha sempre saputo guardarsi intorno. E sa essere pungente. Molto. Si leggano quelle poche pagine sui fatti di Reggio Calabria del 1970: alcune cesellature condivisibili. Ma qui la storia – realtà che diventa racconto c’è tutta. Ma lo scrittore è così dentro la vita di questi anni tanto che si avverte una interazione emblematica tra l’uomo con la sua vita e il giornalista – scrittore che qui diventa scrittore – uomo.

Quando un giornalista si fa narratore. Giampaolo Pansa. Romanzo come raccordo tra la storia e l’avventura dei personaggi filtrati dalla cronaca, ma anche come intreccio tra un raccontare i fatti in una esplosione di sentimenti, di sensazioni, di emozioni. E in tutto questo i ricordi sono un ricomponimento di giorni vissuti che però tessono con pazienza la ragnatela della memoria. I romanzi di Giampaolo Pansa sono un entrare costante nella cronaca della storia e ridisegnano non solo i fatti (alcuni fatti che si lasciano narrare sulla corda del narrato stesso) ma anche delle tensioni che sono toccate esistenziali di avvenimenti o di singoli personaggi.

La storia dunque. Ma più che la storia si vivono tracciati di cronaca. Sul Fascismo, sulla Resistenza, sulla Repubblica, sul tempo di tangentopoli. Anche nel romanzo di Giampaolo Pansa si inquadra in questo contesto storico. La storia è dentro gli intrecci del narrato e in questo entrare ed uscire, appunto, dalla storia il Novecento rappresenta lo scenario e il palcoscenico delle avventure e delle vicende. Romanzo di un ingenuo in questi giorni in libreria è lo specchio di un attraversamento che è stato già visto e sottolineato nei precedenti libri.

Pansa giornalista che ha amato la scrittura non solo come cronaca ma anche come modello di narrazione e quindi come elemento di durata. Al di là di alcune posizioni ideologiche i suoi libri (e mi riferisco ai romanzi) costituiscono una chiave di lettura di questo nostro Novecento passato ma sempre presente nella nostra coscienza e nella nostra consapevolezza culturale. I suoi romanzi sono un gioco ad incastro. Il Novecento è il filtro di questo gioco giocato.

L’appartenenza ideologica è dentro alcuni dettagli ma ciò che andrebbe chiaramente verificato è il dato narrativo che significa qui dato anche letterario. Ma al di là della posizione o dell’appartenenza culturale i suoi libri sono una forte testimonianza con la quale occorre confrontarsi perché sono tasselli di un mosaico dentro il quali ci siamo tutti. L’intreccio naviga tra il personale dei personaggi che vivono comunque le loro vite (tra amori, guerre, destino, fantasie, sogni) e gli avvenimenti che tracciano gli anni e le diverse età o i diversi itinerari epocali. Ma al di là dei fatti che accadono (o dei fatti accaduti e che hanno segnato la vita di una Nazione) sono le tensioni esistenziali proprio dei personaggi che creano in realtà l’attraversamento narrativo. Tensione umana e forza morale fanno parte di questo iter: “Le nostre madri, senza rendersene conto, ci avevano insegnato che le donne erano forti almeno quanto noi, se non di più. E che un gesto di tenerezza e un atto d’amicizia erano l’unico modo giusto per dare inizio a una storia d’amore”. Così in Romanzo di un ingenuo.

Si pensi poi a I nostri giorni proibiti. Un romanzo sì di guerra ma soprattutto di passione, di amore, di attesa. Si pensi a Siamo stati felici in cui un “ordinario” amore si inserisce nello scenario della fine della guerra e precisamente in quella spaccatura politica e storica che è stato il 1948. Si pensi al racconto della guerra civile e alla semplicità di Ma l’amore no. Si pensi a La bambina dalle mani sporche nelle cronache attuali della tangentopoli dove non c’è soltanto politica e affari ma anche l’amore e la morte, la passione e il destino tragico di alcuni personaggi. La morte rende sempre i personaggi tragici ma qui è una tragedia che pur non facendo dimenticare l’attualità si veste in fondo anche di ironia. Si pensi ancora a quell’affresco che si legge in Il bambino che guardava le donne dove si può leggere: “C’è una verità che dimentichiamo sempre: nelle guerre civili perdono tutti, anche quelli che hanno la ragione dalla loro”.

Una lezione, questa, che proviene da una visione pavesiana e da una concettualizzazione fenogliana. Ma in Pansa la costante che si registra nei suoi romanzi sta nel voler superare gli schieramenti che la guerra civile aveva contrapposto. E proprio per questo ciò che resta è la sensibilità dei personaggi altrimenti ci troveremmo di fronte, in termini piuttosto di analisi critico – letteraria, a fare i conti con la cronaca. Ma la cronaca si consuma in letteratura, si sbriciola e lo sfarinamento non cattura. Invece i romanzi di Pansa catturano nel momento in cui si esce dalla cronaca o meglio si supera la cronaca stessa e non per diventare storia ma per essere depositata nelle sue nicchie e ciò lascia è la bellezza del personaggio.

In Siamo stati felici non sono, in fondo, gli avvenimenti della post – resistenza a determinare lo scenario (qui sta la cronaca). E’ piuttosto il rapporto conflittuale, se si vuole anche “ideologico” ma che poi si trasforma, tra Anna e Paolo. O meglio tra la giovinezza di Anna e quella di Paolo. Una giovinezza che è fisica, corporale, che si tocca. Insomma “avevano da vivere insieme la stagione della giovinezza” come si legge in conclusione del romanzo e quindi il resto, anche lo scontro ideologico, alla fine conta relativamente.

Pur nella drammaticità e nel dolore e a volte nella disperazione Ma l’amore no racconta una infanzia, quella di Giovanni, tra il 1943 e il 1945, in una “sagra” familiare funestata da terribili fatti. Ma l’amore, quell’infanzia, quei paesaggi non sono il contorno del romanzo. Anzi rappresentano l’humus sul quale si costruire l’avventura. Perché il romanzo c’è. Ed è questo il dato concreto sul piano letterario. Una tensione letteraria che si lega ad una costante tensione morale. Romanzo di un ingenuo: ” La vita modesta ti aiuta a non dimenticare da dove sei venuto e ti vaccina contro i passi indietro che potresti fare”. Ma anche qui un romanzo di paesaggi e di luoghi: “D’estate il Po era il mare della città, la vacanza dei poveri o di chi non poteva permettersi dell’altro. Spiagge bianche…”. E poi i paesi e lo svolgimento del quotidiano, le feste, i giochi, l’amore: “Te la ricordi la festa di san Pietro?”. E poi ancora ritratti. Per esempio, in questo romanzo, “La cartolina di Nenni”. Ma procediamo ad incastro.

Molto coinvolgente il destino di Carla e di Marco in I nostri giorni proibiti. Un destino che ha toni dolenti ma che poi nel prendere coscienza dell’accaduto la consapevolezza di un amore fa diventare tutto tollerante anche se le ferite restano. E’ la dimostrazione che sono romanzi, questi, in cui la soggettualità porta ad una ricerca interiore. Ma nell’interiorità ci sono le storie e non soltanto la Storia. Il caso proprio di Marco. Un’esistenza segnata ma è l’amore che risolve, il parlarsi, il conoscersi, il comprendere.

Bella, e senza circoscrivere la trama ma siamo oltre la guerra civile, nel 1956, anche se l’itinerario narrante rimanda a quella data, la chiusa del romanzo: “In quella notte di dicembre, mentre sulla città cadeva la prima neve dell’inverno, pure la guerra di Carla Aloisio e di Marco Bassi finì. Non ci sarebbero più stati giorni proibiti. E col tempo anche i loro fantasmi sarebbero diventati ombre benigne, forse”. Immagini di un tempo che si raggomitolano nel cavo del cuore come queste di Romanzo di un ingenuo: “Me lo ricordo bene, quel posto magico, proprio allo sbocco in città del ponte stradale sul Po. L’odore del vino. Il profumo del gorgonzola. Gli effluvi della cucina dove la zia Pinota preparava i piatti per i clienti…”.

E’ uno scrittore, Pansa, dai paesaggi punteggiati. I luoghi costituiscono anche un iter narrante. E questi luoghi sembrano avere un io che parla da solo. Non solo fotografie. Ma fotografie che riportano ai segni dell’anima, ai segni della memoria, ai segni di un tempo che comunque attraversa la pagina. La cronaca dei nostri giorni è, come già si diceva, in La bambina dalle mani sporche. Il martello del racconto batte costantemente, in questo romanzo, sulla cronaca. La trasposizione di alcuni fatti, le allegorie, le metafore sono dentro il travaglio della pagina. E’ uno dei romanzi in cui i personaggi sono meno definiti e la cronaca è appunto più esuberante anche se non mancano scontri – incontri tra personaggi come Cucchi (il ministro), Giulio, Wanda, Gloria e poi i partiti, i tangentisti, la politica dell’affare ma c’è l’amore e la morte (il suicidio) e la morte per malattia. La cronaca che entra dunque nella storia. Ecco in Romanzo di un ingenuo: “Poi cominciarono a piovere le pietre. E in pellicceria finirono entrambi, sia pure con una sorte diversa. Craxi ci rimise la pelle. Mentre Andreotti riuscì a salvarsi la cosa”.

Il fatto è che le pagine di questo romanzo sono meno depositate nella storia in termini letterari e proprio per questo si evidenzia la sottolineato del dato cronachistico. Si legge in La bambina delle mani sporche: “In realtà, a puzzare di morte era l’intero universo delle eccellenze partitiche. Il loro numero uno, l’uomo accettato da tutti quale simbolo di una repubblica in coma, il Vecchio Mandarino che guidava il paese, stava dimostrando che il resistere a un’agonia poteva essere l’unico, realistico programma di governo: resistere per esistere, per durare nel tempo, per sequestrare il potere al solo scopo di rimanere abbarbicati al potere”. In realtà è il romanzo più “giornalistico” di Pansa. Il romanzo meno romanzo, forse, anche se nei dialoghi, nell’ultima parte del libro, tra Wanda e Giulio (e poi Gloria) ci sono esiti, in alcune occasioni, lirici. E poi questo spaccato con graffi di malinconia in Romanzo di un ingenuo: “Le ragazze del tempo erano quasi tutte molto ritrose. Pudiche persino nel linguaggio. Morosavano con passione cautelosa. Le più sfacciate ti facevano cento versi e una canzone, poi, sul più bello, si fermavano”.

Delle belle immagini narrative, un forte respiro in cui storia e romanzo si incontrano e i personaggi sono personaggi nella loro avventura e nel loro destino, si incontrano in Il bambino che guardava le donne. Rapporti tra età, memorie che raccolgono la cronaca e che si perdono e si ritrovano, tragedie, trasposizioni e metafore e poi paesaggi. E ancora la storia nelle storie e viceversa. E’ vero: “nelle guerre civili perdono tutti”. E’, infatti, questo, il romanzo della forte consapevolezza. O meglio della trasmissione non solo letteraria ma anche storica, ideologica ed etica della consapevolezza che anche il nemico quando viene sconfitto resta un uomo per dirla con Pavese.

Giampaolo Pansa traccia, dunque, avventure lungo i tasselli della storia. E costruisce dentro le storie i personaggi. I personaggi che sanno di umanità e creano tensioni morali, esistenziali, letterarie. Personaggi nel tempo. Si pensi ancora una volta a Romanzo di un ingenuo. Nella memoria di questi personaggi c’è la commozione che non diventa né rabbia ne pietismo. Un fatto significativo che restituisce alla letteratura il linguaggio e la dimensione delle immagini in un paesaggio, come si diceva, di luoghi e di anime che si cercano, si incontrano e si parlano. Così come in un altro suo romanzo dal titolo lirico: Ti condurrò fuori dalla notte.

Da Le notti dei fuochi a Prigionieri del silenzio, da Il revisionista, Bella ciao. Controstoria della Resistenza, Eia Eia Alalà. Controstoria del fascismo, Il mio viaggio tra i vinti. Neri, bianchi e rossi sino ai libri del 2019 Quel fascista di Pansa e Il dittatore. Matteo Salvini: ritratto irriverente di un seduttore autoritario la scrittura è stata sempre un intrecciare la cronaca divenuta storia con la politica che si è sempre confrontata con la letteratura. Il saggista e il narratore in una univa voce.

Metafora e sogno e poi avventure che si intrecciano. Superando però la cronaca e restituendo alla memoria. Ma la fantasia è nella vita. Come risulta dalle 352 pagine di Romanzo di un ingenuo. Tutta una vita dentro le parole. Una vita fatta di ricordi di famiglia, di stagioni di impegno (il racconto degli anni di piombo), di formazione. Ma queste parole metaforizzano, tra l’altro, specchi di esistenza, graffi generazionali, memorie.

Raccontano in fondo la storia di un uomo vissuto tra le parole e la storia. Le parole che non sono solo metafore di realtà. Le parole sono una vitalità straordinaria in questa recita costante che è la vita. Il romanzo della vita. Lo afferma con coerenza proprio chiudendo il libro: “Romanzo perché molte di queste vicende vengono da un tempo così lontano, e tanto diverso dal nostro di oggi, che appariranno create dalla fantasia. (…) Senza l’ingenuità, non avrei mai la forza di fare un passo sopra un terreno nuovo, di scrivere un libro che non ho mai scritto, di scrutare con amicizia un essere umano sconosciuto. E di avventurarmi nel mondo ogni mattina, con la stessa incosciente fiducia di quand’ero bambino”.

Una chiusura, questa di Pansa, che sembra l’apertura per un nuovo viaggio in questo nostro tempo che avanza. In questo nostro tempo che chiede ragione, in questo nostro tempo che è fatto di memoria, sentimenti e di cammini che stanno davanti a noi.


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