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Covid-19: dalla guerra psicologica al controllo delle minacce biologiche

Politica

di Fabrizio Battistelli (Professore ordinario di Sociologia, Sapienza Università di Roma)

Non bastassero la pandemia e le sue tragiche conseguenze ad alimentare allarme e stress nella scena politica internazionale e nei sentimenti delle popolazioni, ci si mette anche la guerra psicologica. Abbandonato il terreno della metafora bellica, prediletta da alcuni leader politici per placare i propri sensi di colpa e da qualcun altro per spianare la strada alla sospensione della democrazia parlamentare, appena le viene offerta l’occasione la guerra fa capolino nel suo significato letterale. Il quale, ignorando bellamente l’opzione di unire le forze di ciascuno nei confronti di una catastrofe che colpisce tutti, rimane quello che Clausewitz definiva come “l’atto politico finalizzato a piegare la volontà del nemico”.

Per ottenere questo nobile obiettivo, vanno bene anche i fakes.

Per ottenere questo nobile obiettivo, vanno bene anche i fakes. Anzi, le campagne di disinformazione sono lo strumento strategico più economico di tutti: costano poco e rendono molto. Lasciamo da parte le “Coronabufale” che circolano a iosa sul web e raggiungono i nostri cellulari attraverso WhatsApp, peraltro distinguibili con relativa facilità perché anonime. Ma anche gli interventi con nome e cognome e alle spalle un indirizzo conosciuto vanno trattati con cautela, tra illazioni tutte da dimostrare e coincidenze assunte come dati di fatto, in un gioco di ombre dove, di quando in quando, si staglia la sagoma dei servizi segreti.

Come e perché si è sprigionato il Covid-19? Tra i primi a intervenire è stato un personaggio noto negli Stati Uniti, esperto di diritto applicato alle armi biologiche e controverso attivista politico, il professor Francis A. Boyle dell’Università dell’Illinois. Secondo Boyle la pandemia avrebbe avuto origine da un virus sfuggito dai laboratori dell’Istituto di virologia di Wuhan, impegnato in esperimenti di ingegnerizzazione del genoma del Coronavirus. Pur smentita all’unanimità dalla comunità scientifica internazionale, la tesi di un virus creato in vitro, aveva trovato un’eco indiretta nell’abitudine del presidente Trump di parlare del Covid-19 come del “virus straniero”. Più esplicitamente ancora, il segretario di Stato Mike Pompeo lo chiamava il “virus di Wuhan”.

La risposta di Pechino non si era fatta attendere. A metà marzo fonti cinesi richiamavano l’attenzione sui Campionati mondiali militari tenutisi a Wuhan dal 18 al 27 ottobre 2019, in occasione dei quali cinque membri della delegazione americana sarebbero stati ricoverati negli ospedali del capoluogo della regione di Hubei. Vera nemesi rispetto alla frequente (e fondata) accusa di scarsa trasparenza addebitata dall’Occidente, il portavoce del ministero degli Esteri della Cina Zhao Lijan avanza l’ipotesi che l’influenza stagionale contratta dagli atleti Usa fosse invece Coronavirus e quindi all’origine del contagio diffusosi a Wuhan. «Gli Stati Uniti dovrebbero mostrare trasparenza e rendere pubblici i dati – reclama il portavoce cinese – Gli Stati Uniti ci debbono una spiegazione!».

Dietro a queste diatribe si intravede la competizione per il primato mondiale tra la “vecchia” superpotenza, rappresentata dagli Stati Uniti, e la “nuova”, rappresentata dalla Cina.

Dietro a queste diatribe si intravede la competizione per il primato mondiale tra la “vecchia” superpotenza, rappresentata dagli Stati Uniti, e la “nuova”, rappresentata dalla Cina. Nella logica strategica cinese agiscono, rispetto a quella americana, due motivazioni. La prima è insita nei rapporti di forza tra i due rivali: in una confrontazione asimmetrica che contrappone il debole al forte, allo stato attuale l’emergente superpotenza cinese non può né vuole sfidare apertamente l’egemonia statunitense. La seconda ha a che fare con una millenaria tradizione culturale che nei cinesi, impegnati in un colossale sforzo di ammodernamento economico e tecnologico, dà vita a una miscela strategica nella quale convergono l’imitazione pratica delle scoperte e applicazioni della scienza occidentale ma anche il rifiuto di accettarne appieno le implicazioni ideologiche. Alla fede positivista e utilitarista degli americani, emblematicamente sintetizzata nella one best way o unica situazione ottimale per la soluzione dei problemi (“l’arma assoluta”), i cinesi preferiscono una panoplia di mezzi, non necessariamente militari, per conseguire gli obiettivi strategici.

È significativo che nella fase acuta della Guerra fredda il fondatore della Repubblica popolare cinese Mao-Zedong – un po’ perché non avrebbe potuto fare altrimenti, un po’ perché ci credeva veramente – non ha mai accettato il dogma americano della deterrenza nucleare. In alternativa propugnava la “guerra popolare di lunga durata”, un conflitto difensivo che esercito e contadini avrebbero combattuto nelle modalità della guerriglia. Alla vigilia dell’attacco alle Torri Gemelle, lo studio Guerra senza limiti dei due colonnelli cinesi Qiao Liang e Wang Xiangsui metteva in guardia nei confronti di scenari futuri nei quali il conflitto avrebbe abbandonato i campi di battaglia per spostarsi verso la manipolazione dei media, l’hackeraggio, le turbative dei mercati azionari, la disseminazione di virus informatici. E, addirittura, verso la trasformazione in minacce di pericoli naturali quali le tempeste, i terremoti, lo spostamento di correnti marine come El Niño.

E poi ci siamo noi, sgomenti destinatari di un pericolo “naturale” come la pandemia e preoccupati spettatori di schermaglie politiche tra le grandi potenze che in un futuro potrebbero scalare fino a vere e proprie minacce. Inizialmente mossasi sottotono, circoscritta agli ambienti ufficiosi e, in quelli ufficiali, espressasi mediante allusioni come quelle di Trump e Pompeo, negli ultimi tempi la polemica del presidente degli Stati Uniti ha annunciato il ritiro dall’Omsa è divenuta aperta.

Nella settimana dopo Pasqua il presidente degli Stati Uniti ha annunciato il ritiro dall’Oms a causa della sua arrendevolezza nei confronti della Cina e per i ritardi nella proclamazione della pandemia. Subito dopo, seguito da Macron, ha criticato la Cina per la mancata trasparenza circa l’origine del contagio. Al netto della propensione di Trump a esportare sistematicamente le responsabilità verso gli altri per far dimenticare le proprie, la mancata chiarezza di Pechino sulla genesi, sulle proporzioni e sulla tempestività della gestione della pandemia da Coronavirus è qualcosa che viene denunciata dagli stessi ricercatori cinesi (sul numero di aprile del Journal of Chinese Governance). Un sintomo della serietà del problema ma anche di imprevisti sviluppi nella capacità di affrontarli in un Paese (ancora) a limitata libertà di parola.

Nessun Paese, né a Oriente né a Occidente, può azzardarsi a sospettare nell’avversario un’intenzionalità che, come ben sanno i responsabili politici e tecnici delle forze armate di tutto il mondo, sarebbe semplicemente suicida. Completamente diverso è il discorso relativo all’eventualità di un incidente involontario, improbabile ma non escludibile a priori, all’interno dei laboratori nei quali, al riparo del segreto militare, i principali eserciti del mondo studiano gli effetti delle armi biologiche (così come avviene in altre sedi per le armi chimiche e quelle nucleari). Lo scopo dichiarato è di prevenirne l’uso ad opera di un attore ostile, di natura statale o anche terroristica.

È evidente a tutti, peraltro, che l’esistenza stessa di questi laboratori configura nel migliore dei casi un rischio. Anche volendo, ottimisticamente, attribuirgli il significato di un rimedio, si tratta di un rimedio che può capovolgersi nel più disastroso dei mali. In realtà l’unica autentica prevenzione consiste, nel quadro della Convenzione sulla proibizione delle armi batteriologiche, sottoscritta da 165 Stati e pienamente vigente, nella verifica dello scrupoloso rispetto degli accordi internazionali; nell’adozione di sanzioni per gli inadempienti; nella distruzione degli stock di agenti patogeni non strettamente indispensabili alla ricerca; nella riconversione dei laboratori, attualmente gestiti dagli Stati con l’alibi della sicurezza nazionale, a certificati compiti di esclusiva profilassi delle malattie.

In presenza di un consenso internazionale, tutto ciò è realizzabile in tempi rapidi, con una relativa facilità e a costi sostenibili. La formulazione delle strategie e il monitoraggio delle attività andrebbero affidate a un’Organizzazione mondiale della sanità non più cornice debole e povera di competenze come è attualmente, bensì entità forte, rappresentativa e pienamente indipendente. Indirizzata da una Oms dotata di risorse finanziarie e di poteri adeguati, scientificamente autorevole e politicamente indipendente, la gestione del controllo internazionale dovrebbe essere affidata a un apposito organismo tecnico-operativo, modellato sulle esperienze e migliori pratiche dell’Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica, con sede a Vienna) e dell’Opac (Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, con sede all’Aja). Gli strumenti e le opportunità ci sono. Se la comunità scientifica e l’opinione pubblica si mobilitano, diventerà sempre più difficile per i decisori politici continuare a eludere il buon senso e gli autentici interessi delle popolazioni dissipando le risorse pubbliche nei programmi militari, nascondendo la verità e allargando, anziché arginando, i fronti dei conflitti.


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