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Fedez, Mahmood, Elodie e le altre uscite della settimana

Eventi, Musica & Spettacoli

Fedez torna alla musica con un brano impegnato e sorprendente; Mahmood ci mostra come sarà la musica pop del futuro. E poi ancora Alberto Urso e J-AX si rischiano il tormentone estivo, brava Elodie nel suo nuovo album e perla della settimana offerta da Ariete. Le recensioni dei singoli e degli album usciti negli ultimi giorni

© Afp – Fedez

Fedez torna alla musica con un brano impegnato e sorprendente; Mahmood e Massimo Pericolo, così come Carl Brave, Mara Sattei e tha Supreme, ci mostrano come sarà la musica pop del futuro. E poi ancora Alberto Urso e J-AX si rischiano il tormentone estivo, brava Elodie nel suo nuovo album e perla della settimana offerta da Ariete. A voi le nostre recensioni.

Fedez – “Problemi con tutti (Giuda)”

Una doppia sorpresa da parte di Fedez che esce con un brano (sorpresa numero 1) davvero niente male (sorpresa numero 2). Non che si potesse mai mettere in dubbio l’intelligenza della parte maschile della figura ormai mitologica dei Ferragnez, ma pensavamo, senza troppo disperarci, che la strada intrapresa fosse quella dell’instagrammer.

Invece no, Fedez torna alla musica e racconta anche qualcosa: la vita impossibile di chi non riesce a sopravvivere ai limiti della propria umanità e si sente quasi un perseguitato; dalla vita, dalla sfortuna, dai meccanismi che regolano la società e si, anche dalle forze dell’ordine, arrivando anche a citare la mattanza alla scuola Diaz di Genova durante il G8 del 2001, quando all’epoca molti suoi follower nemmeno erano nati; infatti pare che durante la diretta Instagram di presentazione del brano in tanti non sapessero nemmeno di cosa stesse parlando. E il tutto viene confezionato senza rinunciare ad una grammatica musicale contemporanea che Fedez maneggia con scioltezza e competenza. 

Mahmood e Massimo Pericolo – “Moonlight Popolare”

 Un duetto annunciato e molto atteso quello tra l’ex vincitore di Sanremo Mahmood e il rapper dai numeri mastodontici Massimo Pericolo, e ora capiamo il perché: il brano effettivamente suona benissimo. Prima di tutto perché rappresenta alla perfezione, al meglio, ciò che il nostro paese, musicalmente parlando, ha da buttare sul tavolo del mondo della musica a livello globale; e poi perché è uno dei rarissimi featuring che nascono da un’esigenza artistica evidente. Nel brano i due dialogano, si raccontano con schiettezza, si guardano allo specchio e si affrontano con rispetto. Il futuro parla questa lingua, batte al ritmo di questi beat, sarà meglio allora cominciare un po’ tutti a prendere le misure e imparare a riconoscere chi lo fa bene da chi male. Mahmood e Massimo Pericolo a sto giro lo fanno benissimo. 

Elodie – “This Is Elodie”

Chi partecipa a un talent si mette in guai grossi, perché se ti presenti al pubblico attraverso la televisione è davvero un’impresa poi convincerlo che non fai televisione ma altro; e soprattutto è molto complesso anche guadagnare poi una certa credibilità tra quel pubblico che segue più la musica che la televisione, che preferisce i concerti ai reality. Vogliamo chiamarlo snobismo intellettualoide fine a se stesso? “Radicalscicchismo” estremo? In qualche caso si, è possibile, nella maggior parte invece bisogna dire che stringi stringi delle centinaia e centinaia di potenziali cantanti che passano da più di un decennio dai diversi talent della tv italiana (tre, che non sono pochi), alla fine quelli che riusciamo a trattare con serietà, senza pensare che starebbero decisamente meglio a servire cacio e pepe in una trattoria, si contano davvero con una mano sola. Elodie è una di questi e già possiamo prendere questa vittoria e mettercela in saccoccia. Certo, stiamo parlando di pop radiofonico, spudoratamente commerciale, che insegue in maniera evidentemente ossessiva ciò che “va”, ma gradevole e che non manca in certi casi di un’intuizione che si spinge ben oltre il sound del tormentone. In questo “This Is Elodie” per esempio spicca “Lupi mannari” oltre alla già conosciuta “Mal di testa”, nella quale Elodie è accompagnata da Fabri Fibra. Molto interessante anche l’idea di inserire tre note vocali di una ventina di secondi che raccontano quello che solitamente non ci è permesso sapere di un disco, il backstage, le idee, le aspettative, il che rende tutto più umano, appunto, meno televisivo, meno fiction. Detto ciò, intendiamoci, si vede che manca la gavetta, si sente che manca il tocco del mestierante, ma il livello è discreto e tutto sommato è un buon disco.  

Alberto Urso e J-Ax – “Quando quando quando”

L’incontro tra due personaggi così diversi dovrebbe risultare esplosivo, specie se poi si confrontano con il capolavoro della coppia Alberto Testa/Tony Renis e il tutto viene shackerato da un producer come Gabry Ponte. Il problema è che sa tanto di “ehi, ti va di fare un tormentone?”, che è quanto di meno artistico e più deprimente si possa concepire in musica, insomma un prodottino confezionato ad hoc, come un nuovo gelato della Algida da lanciare, com’è giusto che sia, ai primi caldi. Anzi, Alberto Urso su Instagram confessa senza remore: “Questa canzone è il mio contributo per portare un pezzo di estate in anticipo ad ognuno di voi”, ecco appunto, sapevamo che l’estate che ci aspettava non sarebbe stata memorabile, ma anche questa canzone ci sembra troppo.

Carl Brave, Mara Sattei e Tha Supreme – “Spigoli”

Più che un brano una fotografia di ciò che ci aspetta nel prossimo futuro. Beat ipnotico, un ibrido interessante, quando composto ad arte, come in questo caso, tra rap e trap. Carl Brave, che finora si è costruito un repertorio piuttosto scanzonato che acchiappa specialmente un pubblico più giovane e particolarmente interessato a certi suddetti scanzonamenti, si porta dalla sua Mara Sattei e il fratello tha Supreme, due talenti cristallini pronti, nonostante la giovanissima età, a rivoltare come un calzino i dogmi della musica italiana, di fatto radendola al suolo e trasportandoci tutti, attraverso la rete, in una discografia che non conosce confini. Che vi piaccia o no, gli anni ’90 sono finiti, benvenuti finalmente nel nuovo millennio.

Nek – “Allora sì”

Nel mondo del pop la naturale evoluzione di Nek è questa, se il tempo non passasse mai e si fosse fermato ai tempi di “Laura” probabilmente sarebbe il nostro Mick Jagger, ma siccome il tempo, ahinoi, passa inesorabile, nel frattempo è cambiata la musica, il modo di farla, il modo di ascoltarla e il modo di venderla, mentre Nek è rimasto uguale a se stesso. Il che non è per forza un male, poteva andargli molto peggio. 

Giordana Angi – “Amami adesso”

Giordana Angi si avventura nello spietato universo discografico ancora una volta armata di un brano che non mette in evidenza soltanto i limiti di un personaggio che, ci spiace, non si è ancora tolto di dosso i panni della figurina da talent, che non ha ancora mostrato una personalità tale da distinguerla da una qualsiasi cantante particolarmente dotata da pianobar; ma anche quelli del pop leggero e radiofonico all’italiana, che ancora inspiegabilmente tiene per la coda quel modo di comporre molto anni ’90, quel demodè che faremmo bene a mettere da parte una volta per tutte, dato che il mondo va da tutt’altra parte. Roba da quindicenni che tra quindici anni si incontreranno al bar e rideranno di quando se ne stavano il sabato pomeriggio in cameretta a cantare “Amami adesso” di Giordana Angi dedicandola a un tizio che “l’ho rivisto un mese fa, non sai come si è ridotto, calvo e con la panza, ma come faceva a piacerci??”.

Michele Bravi – “La vita breve dei coriandoli”

Sarà che dalla vittoria di X-Factor, ormai datata, il ragazzo non ha mai tirato fuori canzoni particolarmente memorabili, ma questa nuova uscita stupisce. Il pezzo, che comincia con una registrazione grezza, forse addirittura casalinga, come se volesse non solo raccontare una storia ma anche farci inquadrare il momento esatto in cui quella storia ha preso vita, risulta straziante, forse perché è uno di quei rari casi in cui conosciamo, o perlomeno possiamo immaginare, da dove deriva il suddetto strazio, il che crea una particolare empatia che ci porta non solo ad assorbire il brano ma ad entrarci dentro e alla fine tifare inequivocabilmente per lui.

The Kolors – “Non è vero”

Forse uno dei lavori più interessanti della band che ha vinto “Amici di Maria De Filippi” nel 2015. In “Non è vero” si respira un po’ di quella Napoli che è molto di più di pizza e mandolino, che batte ad un ritmo diverso da tutte le altre città d’Italia, un ritmo che Tullio De Piscopo ha declinato in musica alla perfezione e Pino Daniele cantato con quell’atteggiamento curioso e poetico. I The Kolor non stanno nella stessa categoria, credo che nemmeno ambiscano a tanto, ma sanno il fatto loro, questo è sicuro.

Ariete – “Spazio”

E alla fine arriva ufficialmente il disco di Ariete, nuovo pupillo della premiata ditta Bomba Dischi, la stessa, per intenderci, di gente come Calcutta, Giorgio Poi, Franco126, Clavdio, Colombre e Pop X, quindi in pratica di una serie di artisti che, chi più chi meno, hanno contribuito a questa famigerata rivoluzione indie. Ariete sembra destinata a questo, per diversi motivi: il primo è che è una donna e, inutile prenderci in giro, è il momento di andarcele a scovare queste donne in musica dato che, secondo quanto appare evidente, il meccanismo discografico tende sempre un po’ a lasciarle alla porta; e poi perché è brava, centrata nel mescolare intuizioni contemporanee ad una particolarità nel cantato che la rende unica. Bene fa quindi Bomba Dischi a scovare Ariete, che in realtà il grande pubblico ha già sfiorato l’anno scorso quando arrivò fino ai Bootcamp di X-Factor. Meglio così Arianna del Giaccio, meglio essere pazienti, magari impegnare questo tempo per raffinare il proprio stile e poi sganciare sei bombe atomiche, una più esplosiva dell’altra, in un disco come “Spazio”. Potremmo fare qualche titolo ma ci sentiremmo in difetto, la verità è che si tratta di una piccola perla di album che va gustato tutto con attenzione.

Gio Evan – “Regali fatti a mano”

Il problema di Gio Evan è che sarà sempre marchiato come il cantante tramite cui Elisa Isoardi piantò Matteo Salvini, il che lo ha tirato fuori dalla nicchia dentro la quale sguazzava con agilità per consegnarlo, in maniera piuttosto distorta, al grande pubblico. Lui che non si è mai del tutto liberato dell’atteggiamento da cantante/scrittore di strada ma che ha un innato talento per il pop melodico, il che è da intendere come un complimento. I brani di Gio Evan si vede che nascono sempre da una preparazione solida, un ragionamento sensato, un vissuto che sente la necessità di venir fuori ed essere tradotto in musica, compreso questo “Regali fatti a mano”, che forse si adagia un po’ troppo sulla consapevolezza di saper fare quel che fa. Diciamo che ha scritto di meglio ma parliamo comunque di un ottimo prodotto.

Mameli – “Record”

Croce e delizia dell’indie, brani che suonano bene ma che suonano più o meno tutti uguali. Quando dicono che l’indie è morto hanno ragione: ci si è precipitati a scovare eredi di Calcutta quando Calcutta sta ancora al secondo album e ha un repertorio che forse non arriva nemmeno a 30 brani. Il riferimento non va nello specifico a Mameli, ci mancherebbe, anzi “Record” si fa ascoltare, è solo che, e sia preso come un suggerimento, l’unico modo per sfondare ormai è fare qualcosa prima che la facciano gli altri, provocare un corto circuito, un’intuizione, una scintilla, perché tutto procede in maniera estremamente veloce e non c’è più tempo per ascoltare ciò che abbiamo già ascoltato, considerato che tra un quarto d’ora ci sarà qualcuno che proporrà già qualcosa di nuovo. 


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