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Durante il lockdown l’evasione fiscale potrebbe essere calata del 25%?

Economia e Finanza

È la stima ‘provocatoria’ della Cgia. Zabeo:  “Additati da sempre come gli affamatori del popolo, i lavoratori autonomi potrebbe essere chiamati a pagare il conto della crisi” 

Paolo Zabeo

Tre mesi di lockdown potrebbero aver ridotto l’evasione del 25%, pari a 25,7 miliardi di euro. È questa la “provocazione” lanciata dal dall’Ufficio studi della Cgia, che afferma di aver calcolato il dato, “partendo da una considerazione molto diffusa tra l’opinione pubblica” e cioè che “il popolo degli evasori presente in Italia è costituito quasi esclusivamente da lavoratori autonomi”.

 

Secondo le stime del ministero dell’Economia e delle Finanze, ricorda la confederazione, in Italia ci sarebbero circa 110 miliardi di ‘nero’ all’anno. Poiché i 3 mesi di chiusura hanno interessato in particolare le piccole attività imprenditoriali e commerciali, sottolinea una nota, “possiamo affermare con buona approssimazione che l’evasione fiscale sia diminuita del 25 per cento: ovvero di 27,5 miliardi di euro, facendo scendere a 82,5 miliardi l’ammontare complessivo del mancato gettito”.

Il risultato, avverte la stessa Cgia, “ovviamente non ha alcun rigore scientifico, ma serve a lanciare una provocazione e, allo stesso tempo, contestare una tesi che, purtroppo, sta ingiustamente etichettando la categoria del lavoro autonomo”.

Il prezzo della crisi pagata dai lavoratori autonomi

Dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia, Paolo Zabeo: “Additati da sempre come gli affamatori del popolo, non è da escludere che nei prossimi mesi, quando questa depressione economica sfocerà in una probabile crisi sociale, gli autonomi saranno chiamati a pagare il conto. In attesa che arrivino i soldi del Recovery fund, quasi sicuramente inizierà una campagna contro gli evasori fiscali, con l’obbiettivo di colpire, in modo particolare, gli artigiani, i commercianti e le partite Iva. Le prime avvisaglie ci sono già, visto che autorevoli opinion leader hanno cominciato a invocare la democrazia della ricevuta. Sia chiaro, l’evasione/elusione va contrastata ovunque essa si annidi, sia tra chi non emette lo scontrino sia fra coloro che, grazie ad operazioni societarie eticamente molto discutibili, hanno spostato la sede nei paesi a fiscalità di vantaggio. Tuttavia, non dobbiamo generalizzare e tanto meno colpire nel mucchio, anche perché gli strumenti per combattere chi non versa le imposte ci sono e da molto tempo”.

Secondo il segretario della Cgia, Renato Mason , “grandi o piccoli che siano, gli evasori vanno perseguiti ovunque si nascondano. Tuttavia”, aggiunge, “se il nostro fisco fosse meno esigente, lo sforzo richiesto sarebbe più contenuto e probabilmente ne trarrebbe beneficio anche l’Erario. Con una pressione fiscale più contenuta, molti di quelli che oggi sono evasori marginali diventerebbero dei contribuenti onesti. Ricordo che la nostra giustizia civile è lentissima, la burocrazia ha raggiunto livelli ormai inaccettabili e la Pubblica amministrazione rimane la peggiore pagatrice d’Europa. Nonostante queste inefficienze, la richiesta del nostro fisco si colloca su livelli elevatissimi e, per tali ragioni, appare del tutto ingiustificata”.

Secondo gli ultimi dati della Banca Mondiale (Doing Business), rileva la Cgia, solo la Francia (60,7%) presenta un carico fiscale sulle imprese (in percentuale sui profitti commerciali) superiore al dato dell’Italia (59,1%). Se la media della zona Euro è pari al 42,8% (16,3 punti in meno che da noi), la Germania registra il 48,8% e la Spagna il 47%. Per ciascun paese esaminato, questa elaborazione fa riferimento ad una media impresa (società a responsabilità limitata) con circa 60 addetti e alle imposte pagate nell’anno 2018, al secondo anno di vita dell’impresa (ovvero nata nel 2017).

L’incidenza del totale delle imposte sui profitti commerciali registrata dall’Italia nel 2018 (59,1%) e’ abbastanza in linea con il dato del 2015 (62%). Nei due anni intermedi (biennio 2016 e 2017) si è registrata invece un’incidenza sensibilmente inferiore (rispettivamente del 48 e del 53,1%), riconducibile all’effetto dell’introduzione di alcune misure temporanee che hanno alleggerito il costo del lavoro, in particolar modo dei neoassunti con un contratto di lavoro a tempo indeterminato.


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