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La nostra storia. Bronte 1860-1985. Processo a Nino Bixio

Arte, Cultura & Società

Aristotele diceva che le bugie dei vincitori diventano storia mentre quelle dei vinti sono scoperte. Qualcun altro ha ricordato che al termine di ogni conflitto la prima ad essere sconfitta è la verità, perché i delitti dei vinti diventano crimini quelli dei vincitori storia.

Se così non fosse, non si capirebbe come la sanguinosa guerra ai pellerossa d’America sia diventata l’Epopea del West, o come la strage di migliaia di giapponesi a seguito degli attacchi nucleari USA sia stata giustificata come legittimo atto di guerra.

Chissà se quanto sopra ha mai sfiorato la mente dei convenuti a Bronte (CT) dal 17 al 19 ottobre dell’ormai lontano 1985 quando s’imbastì il “Processo a Nino Bixio”? Resta inteso che ove si fosse trattato di Giuseppe Garibaldi la manifestazione non si sarebbe organizzata. L’Eroe dei due mondi è al di sopra delle terrene beghe. Vola alto, guai a porre indubbio la legittimità di un solo suo gesto.

In ogni caso, 160 anni addietro, di questi tempi dal 3 a 19 agosto le truppe di Nino Bixio si riposavano lungo la spiaggia della attuale Giardini Naxos. Si abbronzavano al sole agostano con alle spalle il gigantesco Etna, si tuffavano nello Ionio che fu di Teocle e dei Naxioti, andavano a donne e soprattutto cercavano legna e botti per costruire un pontile, volto a facilitare il loro imbarco sui due piroscafi “Franklin” e “Torino” che sarebbero giunti in rada per condurli in Calabria. Questo avverrà il 19 di agosto 1860, dopo una frettolosa ma funzionale riparazione del Franklin, ricordata dallo stesso Garibaldi: “Imbarcava acqua e il comandante della nave si rifiutava di prendere il largo”. Il Generale, dopo avere individuato la falla, fece riparare lo scafo dai suoi uomini con del concime bovino e solo allora il comandante si convinse a salpare confortato anche dalla presenza a bordo del Generale.

Prima della partenza Bixio e il suo stato maggiore, erano stati ospitati nel palazzo del barone Platania la cui deliziosa figlia intrecciò un breve idillio col giovane Menotti Garibaldi.

La momentanea quiete e i lavacri provvidenziali e ristoratori dei garibaldini furono, però, interrotti dalla notizia di sommosse che avevano insanguinato il suolo etneo e non solo. Che cosa era accaduto? Una cosa semplicissima. Man mano, infatti, che Garibaldi avanzava in Sicilia, arricchendo le proprie truppe di gente del popolo locale, cresceva nei villici privi di ogni forma d’istruzione, l’illusione di un’equa ripartizione delle terre. Erano gli stessi proclami del Generale ad alimentare tale speranza, dal che  era facile eccitare gli animi e portarli alla rivolta quando di questa divisione non v’era traccia. Coloro che non sapevano né leggere né scrivere, vale a dire la maggioranza dei cittadini di ogni centro urbano rurale di quel tempo, non era in grado di cogliere le sfumature di un editto, men che meno leggere e capire quelli ove era contenuto un divieto di violenza contro persone e cose. Gli uomini e le donne di queste contrade credevano a cosa loro si diceva, specie se le parole provenivano da persone di una certa cultura. In questa ottica, furono molti i paesi della Sicilia che, al pari di Bronte, insorsero al grido “Abbassu li cappeddi(i padroni), vulimi li terri”. Tra questi, Regalbuto, Polizzi Generosa, Tusa, Biancavilla, Racalmuto, Nicosia, Cesarò, Randazzo, Maletto, Petralia, Resuttano, Montemaggiore, Capaci, Castiglione di Sicilia, Centuripe, Collesano, Mirto, Caronia, Alcara Li Fusi, Nissoria, Mistretta, Cefalù, Linguaglossa, Trecastagni e Pedara. Ma per loro fortuna, nessuno dei centri citati aveva un’enclave inglese sul proprio territorio al pari di Bronte; Bronte sì. Aveva la Ducea del Nelson da dove venivano segnalati ai viceconsoli inglesi di Catania e Messina e quindi al Console Generale di Palermo i movimenti non graditi in zona. Per via gerarchica i dispacci finivano quindi a sommergere  lo stesso Garibaldi che nei confronti degli inglesi doveva mostrare la massima attenzione.  Perché? Formuliamo un’ipotesi.

 Forse perché la spedizione in Sicilia aveva avuto il beneplacito anche economico della massoneria inglese? O forse perché durante lo sbarco a Marsala navi inglesi avevano manovrato si da intralciare il cannoneggiamento dei legni garibaldini?  Racconta l’Eroe dei due mondi: «La presenza dei due legni da guerra inglesi influì alquanto sulla determinazione dei comandanti dei legni nemici, naturalmente impazienti di fulminarci, e ciò diede tempo di ultimare lo sbarco nostro. La nobile bandiera di Albione contribuì, anche questa volta, a risparmiare lo spargimento di sangue umano; ed io, beniamino di codesti Signori degli Oceani, fui per la centesima volta il loro protetto».

   Per dovere di cronaca aggiungiamo altri due tasselli alla vicenda.

  • Garibaldi negò sempre di avere ricevuto un “aiutino” dagli inglesi. Afferma, infatti: «Fu però inesatta la notizia data dai nemici nostri che gl’Inglesi avessero favorito lo sbarco in Marsala direttamente e coi loro mezzi».
  • I Borboni di contro: «…si sospesero le offese perché si amava di consentire alla volontà degl’Inglesi ch’erano in due navi in quelle acque, i quali allegavano essere nel paese alcuni dei loro uffiziali e marinai. Più tardi, cessata la cagione dell’impedimento; fu continuato lo sparo, ma inutilmente, Garibaldi con mille dei suoi, giovandosi di questo intervallo ad arte procuratogli da quei stranieri e consentito dagli stessi uffiziali della marineria napolitana, che in gran parte già aveva simpatia con la rivoluzione, erano sbarcati con armi e munizioni..»

Ecco perché, con molta probabilità, quando l’Eroe dei due Mondi ricevette le lagnanze inglesi sulla sommossa di Bronte, non perse tempo a inviare alle pendici dell’Etna, col fine di rimettere ordine, Nino Bixio, vale a dire il meno adatto allo scopo visto che lui medesimo, in data 17 agosto scriverà alla moglie dalla spiaggia di Giardini: «Cara Adelaide, appena giunto (in Messina) eccoti che un tumulto di nuovo genere scoppia a 70 miglia da Messina, si bruciano case e si assassinano chiedendo divisione di terre comunali. Il Generale mi spedisce sul luogo con parte della brigata… missione maledetta, dove l‟uomo della mia natura non dovrebbe mai essere destinato». Ancora, a fronte di un sentore d’aver esagerato nel rimettere ordine a Bronte, alla Camera nel 1862 aggiungerà a sua discolpa: “Nel fatto di Bronte potrei provare che ho impedito, ho minacciato quelli che volevano la fucilazione, ho impedito i miei soldati col revolver alla mano di toccar la popolazione civile, ed ho minacciato i municipii e la guardia nazionale se versavano il sangue, quindi gli accusati sono stati giudicati dai tribunali del paese, a porte aperte, senza alcun militare, all’infuori della sentinella alla porta e dei soldati necessarii a mantenere l‟ordine, e solo quando il tribunale ebbe pronunziato la sentenza, furono dolorosamente fatti fucilare da me».

Che cosa era accaduto a Bronte?

Il 2 agosto in città il malcontento popolare aveva causato la più conosciuta tra le insurrezioni. Furono appiccate le fiamme a decine di case e edifici pubblici e furono trucidati sedici fra nobili, ufficiali e civili, prima che la rivolta si placasse. Scriverà lo storico della spedizione Cesare Abba: «Case incendiate coi padroni dentro; gente sgozzata per le vie; nei seminari giovanetti trucidati a piè del vecchio Rettore; uno dell’orda è la che lacera coi denti il seno d’una fanciulla uccisa.».

Bixio giunge sul posto il 6 di agosto accolto dall’accorto generale Poulet e dal rettore del prestigioso Collegio Capizzi mons. Palermo. Trovò un paese relativamente tranquillo, la rivolta si era via via esaurita, anche grazie all’equilibrio del Poulet, giunto sul posto il giorno prima. La gente più pericolosa, quella che aveva soffiato sulle ceneri della disperazione contadina sino ad accenderle, si era ormai eclissata. Lo ammette lo stesso Bixio scrivendo giorno 7: “Gli insorti sono naturalmente fuggiti”. Ma occorreva dimostrare, soprattutto ai signori del luogo, vale a dire a quanti ruotavano in posizione privilegiata attorno alla Ducea Nelson, che i “liberatori” erano inflessibili che non lasciavano impuniti i delitti e quindi, ecco una veloce istruttoria sui fatti, con la contemporanea convocazione «da Adrano dove era in sosta, della “Commissione mista eccezionale di guerra” (“mista” perché ne face­vano parte sia militari che civili), per celebrare un rapido e sbrigativo processo contro coloro che erano stati rapportati come capi della rivolta»(come ci ricorda “Bronte Insieme” in un suo pregevole lavoro sull’accaduto). Scrive lo storico Benedetto Radice: Bixio «temeva di non essere chiamato dal Ditta­tore a passare lo Stretto per trovarsi al posto dell’onore; onde, secondo lui, quella lentezza del processo, ma più, lo stimolo della partenza lo rendeva febbricitante, più impetuoso, più nervosamente agi­tato. A lui, in quei mo­menti, tre giorni parevano tre lunghi anni, e un frullo la vita di quattro o cinque uomini che potevano essere fucilati, magari innocenti, quando era in pericolo l’unità della patria». Si trovarono un pugno di colpevoli da processare, vennero giudicati, cinque condannati alla pena di morte tramite fucilazione. Tra loro anche lo “scemo del paese”. L’esecuzione avvenne il 10 nella piazzetta antistante alla chiesa di San Vito. In quel momento moriva anche la speranza dei brontesi, che avevano creduto in Garibaldi, di vedere le terre divise, la giustizia uguale per tutti, il latifondo della Ducea, scelleratamente donato al Nelson nel 1799 da Ferdinando I di Borbone, tornare ai siciliani.

 Ai fatti di cui sopra ed in particolar modo ai bruschi e poco equilibrati atteggiamenti del generale garibaldino, a Bronte si è tenuta, dal 17 al 19 ottobre del 1985  una manifestazione volta ad indagare sulla dinamica degli accadimenti e del suo autoritario protagostista. In parole povere fu posto in essere  il “Processo a Nino Bixio”.

 La sentenza scaturita a seguito del dibattimento reca una premessa precisata dal collegio giudicante stesso: “Come ha precisato più volte il presidente di questo collegio, solo impropriamente si è parlato di “processo”, e altrettanto impropriamente si definirebbe “sentenza” l’apprezzamento che la commissione è stata chiamata ad esprimere a conclusione di tre giorni di appassionato ed elevato dibattito su fatti e comportamenti ormai consacrati dalla storia del Risorgimento”.

 A parte questo le sommosse di quel periodo sono state pienamente giustificate dal consesso, infatti: “Vi contribuirono, innanzitutto, la sordità politica e l’egoismo delle classi dirigenti, che si ostinarono a negare, ad una popolazione indigente vessata da antiche ingiustizie, le riforme minime disposte dagli editti di Garibaldi. Vi si aggiunsero l’ira, a lungo repressa, e la disperazione dei villici, esaltate dall’interferenza di autentici delinquenti, evasi dalle carceri od accorsi dai torbidi circonvicini e dal tumultuare della folla.

La sentenza che mandò a morte  i cittadini di Bronte è stata dichiarata “manifestamente ingiusta, sul piano processuale, a seguito di numerose e gravi violazioni che hanno ignorato o vulnerato fondamentali diritti della difesa, quali: a) La nomina di un unico difensore per tutti gl’imputati, espressa da uno solo di essi, e mantenuta dalla Commissione anche quando ebbe a rilevare incompatibilità fra due imputati; b) La mancata contestazione del fatto. c) La concessione di un termine assolutamente irrisorio per la predisposizione delle difese ; d) Il rifiuto negli atti preliminari, reiterato al dibattimento, di assumere il testimoniale indicato dalla difesa; e) L’avere giudicato e fatto fucilare un imputato, indicato notoriamente come grave defedato psichico, senza alcun accertamento sulla capacità di intendere e di volere”.

Per quanto riguarda Bixio: Assolto. “La Corte ha deciso così: sotto il profilo giuridico, l’aiutante di Garibaldi non può essere ritenuto responsabile per i fatti del 9 agosto 1860…” Non ne esce però da eroe, in quanto oggetto di una censura del consesso brontese per l’intolleranza caratteriologica e temperamentale della sua persona. Promosso Maggiore Generale con decreto del 15 agosto 1860, gli venne affidato il comando della 15ª Divisione, con la quale sbarcò a Melito di Porto Salvo il 19. La fretta di portare a conclusione l’affaire Bronte aveva pagato.

 

  1. Prezioso è stato, per quest’articolo, consultare sull’argomento “Bronte Insieme”.

Giuseppe Rinaldi

girinaldi@libero.it


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