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A Roma la corsa al Campidoglio parte con poche idee e un solo nome

Politica

La sindaca Raggi si è ricandidata e ora attende solo il via libera degli iscritti al Movimento. A sinistra come a destra si cercano nomi credibili e programmi sostenibili

 

© AGF – Campidoglio

AGI – I nomi dei possibili candidati, le alchimie politiche per creare alleanze inedite sui territori, gli endorsement via social. La campagna elettorale per il Campidoglio, partita 10 mesi prima del voto vista l’accelerazione impressa da Virginia Raggi per la sua ricandidatura, per ora manca di due elementi: gli sfidanti, tanto di centrodestra quanto di centrosinistra, e le idee per la città.

Da mesi il dibattito tra le forze politiche è incagliato sulla figura della sindaca, i sostenitori più accesi ne chiedono la riconferma con toni di santificazione, i detrattori la descrivono come un novello Nerone. Nel frattempo Roma resta una Capitale poco moderna rispetto alle grandi città europee: sporca, trafficata, con un trasporto pubblico carente e un tessuto urbano sfilacciato.

I servizi pubblici e l’emergenza casa

Il Comune fornisce servizi pubblici di bassa qualità tramite partecipate dai conti in rosso. Anche la casa per molti resta un problema, con 15mila famiglie alle soglie dell’emergenza. Problemi atavici, aggravati dalla pandemia di Covid-19, che ha desertificato il centro storico, rimasto privo di turisti (in media un milione al mese), impoverito le famiglie, creato disoccupazione, con ricadute negative su aziende, hotel, negozi e ristoranti.

Oggi più che mai la campagna elettorale dovrebbe parlare della città reale. Oltre lo sgombero di turno, l’utilità del monopattino o della funivia, ci sono macro-temi insoluti come i rifiuti, i trasporti, l’emergenza abitativa. Anche perché le elezioni a Roma si vincono in periferia dove i palazzi sono più lontani e i disagi più amplificati. Non solo.

C’è un’altra battaglia che dovrebbe unire le forze politiche invece sembra essersi arenata: quella sullo status e le risorse della Capitale. Durante l’era Raggi, la stessa Giorgia Meloni, una volta ammise che senza una riforma seria di Roma Capitale la città è impossibile da governare. Tutti concordarono: venne anche approvata una mozione per una crociata comune. Ma poi nulla di sostanziale è accaduto e l’affare è caduto nel dimenticatoio.

La cronica mancanza di risorse

La Raggi può rivendicare un’operazione di pulizia contabile dei debiti fuori bilancio ma, come i suoi predecessori, non ha ottenuto fondi extra. Oggi chiede una riconferma facendo leva sui tanti sforzi messi in campo, sui cambiamento e la legalità, ma i suoi 4 anni sono stati conditi da mille inciampi sulle nomine, un processo per falso (assolta perché il fatto non costituisce reato) e le indagini per corruzione sullo stadio della Roma che hanno coinvolto ex manager delle partecipate e consiglieri comunali.

La destra insiste su temi identitari come una stretta sui campi rom e le occupazioni a scopo abitativo, vecchi pallini della complicata stagione in Campidoglio di Gianni Alemanno, e – al massimo – sulla creazione di nuovi impianti di termovalorizzazione dei rifiuti. Il centrosinistra, invece, appare fermo nel ricordo degli anni a Palazzo Senatorio di Francesco Rutelli e Walter Veltroni. Quel ‘modello Roma’ che ha rilanciato lo sviluppo cittadino ma si è rivelato promotore di una spesa fuori controllo e di una serie di iniziative urbanistiche rimaste incompiute.

A complicare il tutto c’è l’asse nazionale Pd-5 Stelle che, inevitabilmente, irromperà nella fase del ballottaggio. Con ogni probabilità, saranno i due alleati di governo a sfidarsi per un solo posto al secondo turno, contendendosi un pezzo di elettorato sempre più confuso e privo di risposte.


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