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Più tasse, più debito, meno lavoro. La «catastrofe» nelle carte del governo

Politica

Il Corriere ne parla solo a pagina 33, ma la notizia è rilevante: «È una catastrofe senza precedenti quella descritta per il 2020 nella Nadef, la Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza» approvata ieri dal Consiglio dei ministri. Pil in calo del 9%, se va bene, e del 10,8% se l’andamento della pandemia costringerà il paese a nuovi lockdown, debito al 158% del Pil, entrate in calo nei primi otto mesi del 2020 di 16,6 miliardi, indebitamento netto di oltre 80 miliardi, quasi 500 mila occupati in meno rispetto al 2019.

AUMENTANO LE TASSE

Uno scenario preoccupante, soprattutto se si considera che dal Recovery Fund nei prossimi anni arriveranno poche risorse rispetto agli sbandieratissimi 209 miliardi: «I fondi Ue incideranno sulla crescita del Pil 2021 solo per 0,3 punti, 0,4 nel 2022 e 0,8 nel 2023».

C’è poi la riforma dell’Irpef che verrà inserita in un disegno di legge delega e quindi «potrà scattare solo nel 2022». Inoltre, come notato dalla Stampa, la «riforma fiscale complessiva» annunciata dal governo non porterà a un taglio delle tasse, come tutti si aspettavano e come più volte rivendicato dal governo:

«La sorpresa è che il peso complessivo delle tasse non scenderà, ma anzi è destinato a salire: quest’anno di un decimale di punto al 42,5% e di un altro decimale nel 2023 quando toccherà il 42,6%».

«LEGITTIMO NUTRIRE DEI DUBBI»

Il commento più preoccupanteal documento del governo, però, è quello che stamattina Federico Fubini fa nel suo editoriale sul Corriere intitolato “Le allegre stime sul debito”. Scrive il vicedirettore del quotidiano di via Solferino:

«La Nadef mette in programma un calo abbastanza rapido del debito dal 158% del prodotto di adesso al 151,5% del 2023. Già ma come? L’intera traiettoria calante prevista per il debito si basa sull’aspettativa di una crescita reale e nominale (cioè con l’aggiunta dell’inflazione, in realtà per ora sottozero) che dovrebbe diventare fortissima non solo nel 2021 ma anche negli anni seguenti. Ecco le previsioni ufficiali di crescita «programmata», quella che si dovrebbe raggiungere grazie alle misure del governo: più 6% nel 2021, più 3,8% nel 2022, più 2,5% nel 2023. Ma è lo scenario più probabile?».

I NUMERI DELLA RIPRESA SONO TUTTI SBALLATI

Assolutamente no, continua Fubini:

«È legittimo nutrire dei dubbi. Nel 2021 può esserci in effetti un qualche rimbalzo automatico in confronto al 2020 anche se la spinta aggiuntiva dal Recovery fund europeo sarà appena di qualche decimale di punto. Ma dopo il 2021 com’è possibile che l’Italia cresca in appena due anni quasi il doppio di quanto sia cresciuta negli ultimi venti? La risposta del governo è che tutto questo dovrebbe accadere grazie ad altre misure espansive, cioè facendo più deficit (nel 2022) e poi persino durante una prima stretta netta di bilancio nel 2023. Eppure già solo due dettagli, fra i tanti, segnalano le possibili fragilità di un simile impianto. Nel 2022 la crescita “programmata” grazie alle politiche di spinta del governo è dello 0,8% superiore alla crescita “tendenziale” (cioè quella senza spinta del governo) e il deficit “programmato” è di 0,6% più del deficit “tendenziale”. In sostanza uno 0,6% di deficit in più produrrebbe uno 0,8% di crescita in più: ogni euro di debito in più innescherebbe 1,33 euro supplementari di espansione dell’economia. Possibile? Chissà, evitiamo processi alle intenzioni. Ma nei nove anni a partire dal 1999 ci sono voluti 2,9 euro di debito totale – pubblico e privato – per produrre un solo euro di crescita; e nei sette anni dopo il 2013 ci sono voluti 2,2 euro di debito totale – pubblico e privato – per il solito euro di crescita. Un effetto moltiplicatore così alto della spesa pubblica o del taglio delle tasse, come quello che prevede il governo nei prossimi tre anni, probabilmente non si è mai visto in Italia nemmeno durante il boom dei nostri padri e dei nostri nonni. Tra l’altro questo effetto soprannaturale dell’investimento pubblico sull’economia sembra essere ancora più pronunciato nel 2023: a fronte di un deficit più basso del tendenziale (-0,4%), con una stretta di bilancio, abbiamo una crescita più alta del tendenziale (di 0,7%)».

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Il Corriere ne parla solo a pagina 33, ma la notizia è rilevante: «È una catastrofe senza precedenti quella descritta per il 2020 nella Nadef, la Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza» approvata ieri dal Consiglio dei ministri. Pil in calo del 9%, se va bene, e del 10,8% se l’andamento della pandemia costringerà il paese a nuovi lockdown, debito al 158% del Pil, entrate in calo nei primi otto mesi del 2020 di 16,6 miliardi, indebitamento netto di oltre 80 miliardi, quasi 500 mila occupati in meno rispetto al 2019.

AUMENTANO LE TASSE

Uno scenario preoccupante, soprattutto se si considera che dal Recovery Fund nei prossimi anni arriveranno poche risorse rispetto agli sbandieratissimi 209 miliardi: «I fondi Ue incideranno sulla crescita del Pil 2021 solo per 0,3 punti, 0,4 nel 2022 e 0,8 nel 2023».

C’è poi la riforma dell’Irpef che verrà inserita in un disegno di legge delega e quindi «potrà scattare solo nel 2022». Inoltre, come notato dalla Stampa, la «riforma fiscale complessiva» annunciata dal governo non porterà a un taglio delle tasse, come tutti si aspettavano e come più volte rivendicato dal governo:

«La sorpresa è che il peso complessivo delle tasse non scenderà, ma anzi è destinato a salire: quest’anno di un decimale di punto al 42,5% e di un altro decimale nel 2023 quando toccherà il 42,6%».

«LEGITTIMO NUTRIRE DEI DUBBI»

Il commento più preoccupanteal documento del governo, però, è quello che stamattina Federico Fubini fa nel suo editoriale sul Corriere intitolato “Le allegre stime sul debito”. Scrive il vicedirettore del quotidiano di via Solferino:

«La Nadef mette in programma un calo abbastanza rapido del debito dal 158% del prodotto di adesso al 151,5% del 2023. Già ma come? L’intera traiettoria calante prevista per il debito si basa sull’aspettativa di una crescita reale e nominale (cioè con l’aggiunta dell’inflazione, in realtà per ora sottozero) che dovrebbe diventare fortissima non solo nel 2021 ma anche negli anni seguenti. Ecco le previsioni ufficiali di crescita «programmata», quella che si dovrebbe raggiungere grazie alle misure del governo: più 6% nel 2021, più 3,8% nel 2022, più 2,5% nel 2023. Ma è lo scenario più probabile?».

I NUMERI DELLA RIPRESA SONO TUTTI SBALLATI

Assolutamente no, continua Fubini:

«È legittimo nutrire dei dubbi. Nel 2021 può esserci in effetti un qualche rimbalzo automatico in confronto al 2020 anche se la spinta aggiuntiva dal Recovery fund europeo sarà appena di qualche decimale di punto. Ma dopo il 2021 com’è possibile che l’Italia cresca in appena due anni quasi il doppio di quanto sia cresciuta negli ultimi venti? La risposta del governo è che tutto questo dovrebbe accadere grazie ad altre misure espansive, cioè facendo più deficit (nel 2022) e poi persino durante una prima stretta netta di bilancio nel 2023. Eppure già solo due dettagli, fra i tanti, segnalano le possibili fragilità di un simile impianto. Nel 2022 la crescita “programmata” grazie alle politiche di spinta del governo è dello 0,8% superiore alla crescita “tendenziale” (cioè quella senza spinta del governo) e il deficit “programmato” è di 0,6% più del deficit “tendenziale”. In sostanza uno 0,6% di deficit in più produrrebbe uno 0,8% di crescita in più: ogni euro di debito in più innescherebbe 1,33 euro supplementari di espansione dell’economia. Possibile? Chissà, evitiamo processi alle intenzioni. Ma nei nove anni a partire dal 1999 ci sono voluti 2,9 euro di debito totale – pubblico e privato – per produrre un solo euro di crescita; e nei sette anni dopo il 2013 ci sono voluti 2,2 euro di debito totale – pubblico e privato – per il solito euro di crescita. Un effetto moltiplicatore così alto della spesa pubblica o del taglio delle tasse, come quello che prevede il governo nei prossimi tre anni, probabilmente non si è mai visto in Italia nemmeno durante il boom dei nostri padri e dei nostri nonni. Tra l’altro questo effetto soprannaturale dell’investimento pubblico sull’economia sembra essere ancora più pronunciato nel 2023: a fronte di un deficit più basso del tendenziale (-0,4%), con una stretta di bilancio, abbiamo una crescita più alta del tendenziale (di 0,7%)».

Insomma, o al governo hanno scoperto la pietra filosofale in grado di trasformare i metalli in oro oppure in via Venti Settembre qualcuno non sa utilizzare la calcolatrice. Difficile, in ogni caso, che l’Unione Europea se la beva.


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