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Italia alla carbonara

Arte, Cultura & Società

La Carboneria, come la Massoneria, non era “segreta” ma “di segreti”, “à secrets” scrive Pierre-Arnaud Lambet nel saggio sulla Charbonnerie française, 1821-1823. La sua esistenza era nota. Non se ne conoscevano però la struttura e i programmi. di Aldo A. Mola

Diploma di affiliato alla carboneria

Per stomaci forti

Silvio Pellico (Saluzzo, 1789-Torino, 1854) era di stomaco debole. Chissà se mai gustò una carbonara. E chissà se i carbonari, suoi “buoni cugini”, quand’erano nella foresta, al riparo dai Lupi mannari (venduti al potere, spioni e traditori), cuocevano  una carbonara per l’agape rituale?

Se ne sa sempre meno. L’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano è da troppo tempo allo sbando. I suoi comitati provinciali tentano di riemergere da tre anni di forzato stallo, nel silenzio del ministro archeologo. Ma ormai nessuno più si occupa di epoche, temi e personaggi che in passato costituivano patrimonio comune dei cittadini sin dall’esame di quinta elementare. Adesso siamo tutti presi dal recovery: chirurgia estetica del debito pubblico spaventoso, profondo rosso per chissà quante generazioni, mentre imperversa il calo demografico e incombe il tramonto dell’Occidente. Di Risorgimento poco o nulla si dice e ancor meno si scrive in questo bicentenario della grande fioritura di “vendite” carbonare  diffuse nel primo trentennio dell’Ottocento da un capo all’altro d’Italia, a cominciare dalla Sicilia. Peccato questo oblio, perché le “società segrete” sono state il sale dei moti per l’indipendenza, la libertà e l’unità nazionale e sono più che mai necessarie oggi per consentire ai cittadini di vivere al riparo dalle quotidiane violazioni dei loro diritti costituzionalmente garantiti da parte di un governo che vivacchia imponendo voti di fiducia ma con credito declinante sia nel Paese, sia all’estero. Come sospirava Mario Monti, un loden addietro, “Ce lo dice l’Europa”: se l’Italia non si dà una mossa non ci resta che la troika, Stella Cometa verso una capanna spazzata da venti tempestosi.

La Costituzione di Cadice e l’Italia

Le società segrete sono state la prima organizzazione unitaria dell’Italia contemporanea, complete di tutto l’armamentario di cui poi si sono dotati partiti politici e sindacati, sino a quando hanno svolto una funzione costruttiva per il progresso scientifico e civile: ricordo del tempo che fu. Quanti iscritti contano oggi partiti e sindacati? Chi li certifica?

Sull’onda del 150° dell’ “unità d’Italia” (in realtà era “del regno”)  un decennio addietro molto si parlò di Carboneria. Era anche vicino il bicentenario della costituzione spagnola detta di Cadice perché in quella città andalusa affacciata sull’Atlantico le Cortes elaborarono la Carta che fece da filo conduttore di un trentennio di cospirazioni, moti e insurrezioni liberali dalla periferia (Spagna, Portogallo, Napoli, Sicilia, Piemonte…) verso l’Europa centrale e la sua roccaforte: Vienna, capitale dell’Impero d’Austria, vincitore delle guerre contro Napoleone I, con l’indispensabile aiuto dello zar di Russia, Alessandro I, a conferma che l’Europa di allora era unita dall’Atlantico agli Urali (come diceva De Gaulle) più di quanto sia oggi. La Costituzione di Cadice è la più bella bel mondo: affermò che i cittadini devono essere buoni. Oggi potrebbe “raccomandarlo fortemente” Sua Emergenza Conte Giuseppe con un Dpcm o con un decreto-legge firmato  dal Presidente Mattarella, poi imposto con voto di fiducia. 

Passato quel bicentenario, di costituzionalismo liberale ottocentesco non si parlò più.

Issato dagli inglesi sul trono di Madrid dopo la cacciata di Giuseppe I Bonaparte, fratello maggiore di Napoleone I, Fernando VII di Borbone giurò fedeltà alla Costituzione di Cadice, ma solo per il tempo necessario ad afferrare le briglie del potere e a trasformarlo in rullo compressore delle libertà. Appena possibile, la revocò. Nel frattempo l’immenso impero coloniale spagnolo nelle Americhe andò in frantumi, travolto dalle guerre per l’indipendenza, dal Messico di Iturbide all’America meridionale di Simón Bolívar, Miranda e Martí, tutti iniziati a logge lautarine (non massoniche) e benvoluti dai britannici, ai quali non parve vero di veder andare in polvere l’antico impero di Carlo V e di Filippo II e di prenderne il controllo, come nel 1823 sentenziò Monroe, “l’America agli Americani”. Era presto per dirlo, però gli europei si condussero da perfetti imbecilli e spianarono la strada.

“Fernando VII” (era detto “il Desiderato” finché non tornò sul trono) trascurò che non era stato lui a cacciare i francesi, bensì gli spagnoli che per liberarsi dalla tracotanza dei gallici che li trattavano da dominatori anziché da liberatori dettero vita, senza ordini del re, alla prima guerrilla di massa d’Europa. Lo ricordano i celeberrimi quadri di Goya sul “Dos de mayo”. Perciò la Spagna pullulò dell’unica forza di resistenza all’assolutismo di ritorno: le società segrete, popolate di militari, aristocratici, borghesi e anche ecclesiastici,  un mondo ampiamente esplorato da Alberto Gil Novales e da José Antonio Ferrer Benimeli per il versante massonico.

Altrettanto avvenne in Italia dopo l’effimero tentativo di Gioacchino Murat di prendere in mano la “questione nazionale” con la chiamata alle armi contro la restaurazione degli Asburgo, dei Savoia e del papa nell’Italia centro-settentrionale dopo il ritorno di suo cognato Napoleone I a Parigi. Il “proclama di Rimini” (una strizzatina d’occhio a vari “popoli d’Italia” ) fu spazzata via con la sua sconfitta militare, il ripiegamento nel Mezzogiorno, la rovina, il tentato rientro nel regno a Pizzo di Calabria, la sua iniqua fucilazione.

Restaurato a Napoli, Ferdinando di Borbone (da IV retrocesso a I “delle Due Sicilie”: un ceffone ai neoborbonici partenopei che lo rimpiangono), quale erede presuntivo alla corona di Spagna imitò Fernando VII: restaurò l’assolutismo. I sopravvissuti alle stragi anti-liberali di fine Settecento e al nuovo regime liberticida che identificò murattiani e costituzionali come nemici pubblici da annientare suscitò il fronte unico antiborbonico nell’unica forma possibile: la cospirazione settaria.

Nel “Napoletano” già durante l’effimero regno di Giuseppe I e quello, più costruttivo, di Murat prese vigore la Carboneria: un mantello importato da cospiratori francesi, come Joseph Briot, che a loro volta lo avevano preso dalle spalle del Compagnonaggio (completo dei rituali tipici delle corporazioni medievali) e ritagliato per usi politici. Sotto l’identico mantello tornarono attivi i massoni, come documentò Giuseppe Gabrieli nel 1982.

…e il Risorgimento d’Italia

È arduo, ai confini dell’impossibile, sintetizzare la ragnatela del settarismo politico dilagante nell’Italia della Restaurazione. Se ne conoscono bene le organizzazioni via via cadute nelle reti della polizia. Emerge dal lavoro gigantesco degli inquirenti, dai delatori, che stanno ai cospiratori come Satana è accovacciato in grembo a Dio (Antico Testamento, Giobbe,6-12), e dalla corrispondenza tra i governi uniti nella Santa Alleanza, sorta proprio per impedire il ritorno di rivoluzionari, società segrete e “arrières loges” di cui aveva scritto Augustin Barruel nei “Mémoires pour servir à l’histoire du jacobinisme”.

Era l’internazionale della reazione contro quella della rivoluzione. Sotto le ceneri dei regimi crollati in Italia pullularono dunque le “sette segrete” passate in rassegna in opere un tempo famose e oggi dimenticate come Massoneria, Carboneria ed altre società segrete nella storia de Risorgimento del calabrese Oreste Dito (Scalea, 1866- Reggio di Calabria, 1934), pubblicato nel 1905 quale “manifesto” della massoneria social-progressista (e ristampato in anastatica con documenti inediti, Forni, 2008). Vent’anni dopo ne scrisse Giuseppe Leti in Carboneria e massoneria nel Risorgimento italiano, scritto nel 1925 proprio mentre venivano sciolte le logge per incompatibilità con il divieto ai pubblici impiegati di iscriversi ad associazioni “segrete”. Stampato a Genova nel 1926 dalla Libreria Moderna, il libro rimase chiuso nei pacchi. Anni dopo, segretario della Concentrazione antifascista a Parigi, Leti continuava a lamentarsene, non per i quattro spiccioli mancati di “diritti d’autore” ma perché la vera storia d’Italia veniva cancellata dal regime. E oggi?

La carne lascia le ossa, ma l’Acacia rifiorirà

La Carboneria, come la Massoneria, non era “segreta” ma “di segreti”, “à secrets” scrive Pierre-Arnaud Lambet  nel saggio sulla Charbonnerie française18211823.  La sua esistenza era nota. Non se ne conoscevano però la struttura e i programmi. Anzi, per la verità, questi non erano completamente noti neppure agli affiliati alle sètte. La ragione è semplice. Perseguitati come nemici dei troni e degli altari, i loro adepti erano ripartiti secondo il “grado”. All’origine, in Francia e altrove i carbonari erano apprendisti e maestri, come i massoni erano solo apprendisti e compagni. Questi poi aggiunsero il grado di Maestro, incardinato sulla leggenda di Hiram, l’architetto chiamato da Salomone a edificare il Tempio di Gerusalemme, depositario dei segreti dell’Arte Reale, assassinato per non averli rivelati ai “discepoli” che si affrettarono a occultarne il cadavere sotto un cumulo di terra, dal quale però spuntò un virgulto che svelò l’orrendo misfatto, sintetizzato nella formula di cui molto si sente bisogno mentre il morbo infuria: “la carne lascia le ossa, ma l’Acacia rifiorirà”.

Il complesso intreccio morte/resurrezione è antichissimo. Fu e viene celebrato in forme estreme. Fra le molte spicca il “battesimo” del fedeli del Dio Mitra (da Marco Travaglio spacciato per “Dea Mitra”, forse in ossequio alle pari opportunità). Ne scrisse anche Marguerite Yourcenar nelle “Memorie di Adriano”, ignorate da chi vive di fatti quotidiani. Senza scannare tori per esserne sommersi dal sangue, a loro volta i carbonari italiani elaborarono l’iniziazione quale trapasso morte/resurrezione aggiungendo ai due gradi originari quello di Grande Eletto, documentato da Saint-Edme (1785-1852) sulla traccia di ampia esplorazione di documenti carbonici.

Le “vendite” carboniche si popolarono di murattiani e antimurattiani, napoleonici e antinapoleonici. Catechismi e simbologia divennero sempre più aggrovigliati e intriganti, perché l’Ordine, ispirato alla figura di Cristo e posto sotto la protezione di San Teobaldo, moltiplicò le paratie stagne tra i diversi livelli di cognizione e di obiettivi ultimi: per alcuni la monarchia costituzionale, per altri la repubblica espressione della volontà generale e per altri ancora il “comunismo”, con radici profonde negli “Illuminati di Baviera” (nei cui templi si erano affacciati Wolfgang Goethe e forse persino l’Amadeus Mozart del Flauto magico). Ma le “vendite” carbonare erano congreghe di quattro gatti? In città come Reggio di Calabria e Messina si contavano migliaia di affiliati, nulla a che vedere con il settarismo elitario del visionario Filippo Buonarroti. “Post fata” lo studiò Alessandro Galante Garrone. Accade di volgersi al passato remoto per comprendere ciò che si è fatto.

Il 1° gennaio 1820 reparti militari comandati da Quiroga e Riego anziché salpare dalla Spagna per reprimere la rivoluzione in corso nelle Americhe insorsero e chiesero il ripristino della Costituzione di Cadice. Impaurito, Fernando VII si piegò. Su loro esempio, il 1° luglio nel regno delle Due Sicilie due tenenti di cavalleria, Michele Moretti e Giuseppe Salvati da Nola si incamminarono verso Napoli inneggiando alla Costituzione di Spagna, con don Menichini per cappellano. Mandato a schiacciarli, Guglielmo Pepe (glorioso allievo della Nunziatella) si unì ai rivoltosi.

Comune denominatore tra i militari e i borghesi come Orazio de Antellis (o de Atellis o De Tellis), che nel Gran Circolo costituzionale di Bologna nel 1796 pronunciava orazioni rivoluzionarie nell’ora della messa domenicale, furono la libertà di parola e di stampa e la laicità dello Stato: capisaldi enunciati nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 e diffusi ovunque in Europa nell’età franco-napoleonica. Ferdinando I  di Napoli concesse la Costituzione e giurò che era inviolabile. Altro però gli premeva: la rivoluzione secessionistica e indipendentistica della Sicilia, combattuta e repressa duramente. Dopo il congresso della Santa Alleanza radunato a  Lubiana, ove andò promettendo fede alla parola e tornò spergiuro, dilagò la repressione. Morelli e Salvati furono fucilati, come molti altri.

Il glorioso 1821: Santorre di Santarosa

Virus inarrestabile, dal Mezzogiorno la rivoluzione costituzionale contagiò il Milanese e il Piemonte. A Milano operava il nucleo culturale incardinato sul conte Federico Confalonieri, iniziato massone dal fratello del re d’Inghilterra durante un viaggio in Gran Bretagna, sul conte Luigi Porro Lambertenghi e su Silvio Pellico, iniziati in carboneria da Piero Pietro Maroncelli, massone e carbonaro, poeta, compositore, genio e sregolatezza, con una vena goliardica che non lo abbandonò neppure durante e dopo la terribile detenzione a Venezia (ove fu incastrato dall’inquisitore Antonio Salvotti, massone pentito) e nella cupa prigione-fortezza dello Spielberg, a Brno, in Moravia. Traditi dal “servizio postale” (i veri cospiratori si confidano solo all’orecchio, perché bene sanno che anche i “pizzini” lasciano traccia), i congiurati furono arrestati, processati, condannati a morte, a eccezione di Porro che, allertato per tempo da Pellico, riparò in Svizzera, come Felice Bossi di cui scrive Franco Ressico nella succosa biografia di Carlo Cadorna (ed. BastogiLibri).

“Spes ultima dea” del costituzionalismo liberale affiorato tra il luglio 1820 e il marzo 1821 fu il regno di Sardegna. Anche lì a guidare il moto furono due militari, entrambi di famiglia aristocratica: il braidese Guglielmo Moffa di Lisio e il saviglianese Santorre di Santarosa, le cui “memorie” (Della rivoluzione piemontese nel 1821)  meritano di esser ristampate nell’opaco bicentenario dell’alba del costituzionalismo italiano. Non erano propriamente carbonari, ma “adelfi”, cioè “fratelli” in una società segreta. Il pronunciamento dette vita a due correnti: in Alessandria fu innalzato il tricolore, con pulsioni repubblicane. Torino (con Cesare Balbo, Roberto d’Azeglio e Giacinto di Collegno) conservò orientamento leale verso la Corona. Per non mancare al giuramento di non concedere mai una costituzione, Vittorio Emanuele I abdicò al trono, a favore del fratello minore, Carlo Felice (come lui senza senza diretto erede al trono, in forza della legge salica vigente nella Casa, ieri come oggi), in quel momento in visita alla figlia e al genero, un Asburgo-Este, duca di Modena e campione dei reazionari. Nominato reggente, Carlo Alberto di Savoia-Carignano, parente in tredicesimo grado di Carlo Felice, concesse la Costituzione spagnola con due riserve. Anzitutto che venisse approvata dal sovrano. In secondo luogo, che a differenza della costituzione spagnola, la quale ammetteva solo la religione cattolica e vietava ogni altra, confermò la liceità dei culti ammessi nei limiti delle leggi vigenti: a beneficio degli israeliti e dei valdesi. Era stato dragone di Napoleone I e conte dell’Impero…Era il profeta delle libertà costituzionali, come si vide nel 1848-1849.

Carlo Felice non riconobbe affatto la Costituzione. Intimò a Carlo Alberto, “se aveva ancora nelle vene una goccia di sangue dei Savoia”, di recarsi immediatamente a Firenze e lasciò libero corso alla repressione dei “compromessi” nella cospirazione. Questa si concluse con una settantina di condanne a morte. Ne vennero eseguite due: un militare, un docente. Colpirne uno per educarne cento… I più scamparono. Come Santa Rosa che, dopo anni di esilio tra fame e mortificazioni, accorse in difesa della Grecia insorta e morì a Sfacteria  combattendo contro il secolare dominio turco, “che intender non lo può chi non lo prova”.

In quegli anni Silvio Pellico, carbonaro, settario e cospiratore er detenuto allo Spielberg. Usava cifrari segreti, come, con genio precoce, documentò Domenico Chiattone che per studiarlo andò a esplorare gli archivi in Moravia. Ma chi lo ricorda?

In attesa di un Messaggio alle Camere

Eppure quelle antiche storie sono attuali per l’Italia odierna, priva di un governo all’altezza delle crisi imperversanti, come ha deplorato il presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. E’ subissata da leggi, leggine, decreti, ordinanze, transenne, armigeri, vigilanti, gufi impagliati, una normativa caotica che, come nei giochi infantili d’antan, recita: “dire, fare, baciare, lettera, testamento”. A questo punto è decaduta l’Italia. Tra poco il giacobino insperatamente ministro “alla sanità” ci dirà quanti passi possiamo fare al giorno, quanti colpi di tosse, quanti starnuti e altro senza passare per pericoli pubblici. Così non può durare. Per respirare i cittadini debbono chiudersi in cantina o fuggire nei boschi come i Carbonari, comunicare con messaggi di fumo, azzurri, rossi e blu, colori della sètta segreta, o andarsene all’estero in cerca di salvezza, come fecero il carbonaro Giuseppe Mazzini e, a piedi per le cime, Giuseppe Garibaldi in fuga da Genova dopo il fallito moto del 1834.

Gli italiani sentono forte bisogno di una parola chiara. Ma non da un aruspice quotidiano. Il 18 luglio di centocinquant’anni orsono il Concilio Vaticano stabilì che il papa è infallibile, ma solo quando parla “ex cathedra”, non nei colloqui o nelle “prediche a braccio”. Era il papa-re. Da re poteva sbagliare senza tema di essere contraddetto, perché i capi di stato non sono infallibili. Meno ancora se parlano troppo e su tutto anziché pronunciarsi sullo stato delle Istituzioni. L’Italia di fine 2020 non attende  scontati auguri  per l’anno venturo ma un “messaggio alle Camere” (da tempo un po’ animose) previsto dal comma 2 dell’articolo 87 della Carta, debitrice al costituzionalismo liberale di inizio Ottocento, promosso da “società segrete”, senza le quali l’Italia sarebbe ancora solo una “espressione geografica” .  

Aldo A. Mola 


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