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Nucleare: in Italia ci sono 31mila metri cubi di scorie da smaltire. Ma nessuno le vuole

Ambiente & Salute

Di Luca Santocchia

La centrale nucleare di Trino ha cominciato a produrre energia elettrica nel 1965. È stata chiusa nel 1990
La centrale nucleare di Trino ha cominciato a produrre energia elettrica nel 1965. È stata chiusa nel 1990   –   Diritti d’autore  Antonio Calanni/AP

In realtà la pubblicazione della Carta dei siti idonei, nota anche come Cnapi, è solo l’inizio di un processo lungo e che prevede più passaggi. Nel corso dell’anno sarò organizzato un seminario nazionale con enti locali e soggetti interessati. In base all’esito del dibattito la Sogin – società pubblica istituita nel 1999 e responsabile dello smantellamento degli impianti nucleari italiani e della gestione e messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi prodotti dalle attività industriali, di ricerca e di medicina – preparerà una nuova carta dei siti, che verrà di nuovo valutata e approvata dai Ministeri. A quel punto i Comuni potranno presentare le loro candidature (se ce ne saranno) e il governo dovrà fare la scelta finale.

Per i lavori di costruzione del deposito nazionale sono stati stanziati circa 900 milioni di euro, con 4mila occupati per 4 anni nel cantiere e un migliaio poi nella gestione. Un costo generalmente più alto della media europea perché, si legge sul sito ufficiale del progetto, si tratta di “un’infrastruttura più articolata rispetto ai depositi esteri, in quanto comprende il deposito per sistemare definitivamente i rifiuti a molto bassa e bassa attività, il Complesso di Stoccaggio di Alta attività (CSA) e il Parco Tecnologico”. Per 40 anni il deposito riceverà fino a 78mila metri cubi di rifiuti a bassa radioattività e 17mila ad alta radioattività.

“Il deposito sarà progettato, analogamente a quanto fatto per un impianto nucleare, seguendo il cosiddetto principio di difesa in profondità che porterà alla realizzazione di una struttura con differenti barriere ingegneristiche e naturali poste in serie al fine di garantire il confinamento e contenimento della radioattività – ha detto a Euronews Nicola Forgione, professore associato dell’Università di Pisa, specializzato in impianti nucleari -. Il progetto definitivo si baserà sulle norme e standard nazionali ed internazionali, quali IAEA (International Atomic Energy Agency), e sarà vagliato dell’ente di controllo Isin (l’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione). La struttura del deposito, del tipo a ‘matrioska’, permetterà lo stoccaggio sicuro dei rifiuti radioattivi per il tempo necessario a far decadere la loro radioattività a livelli non più pericolosi per la salute dell’uomo e dell’ambiente”.

La necessità di un unico impianto dove raccogliere le scorie disseminate nei vari depositi provvisori legata soprattutto a motivi di sicurezza. “Nella maggior parte dei casi sono impianti che all’origine non erano pensati per essere depositi di rifiuti radioattivi – ha detto a Euronews Maurizio Pernice, direttore dell’Isin – e sono oggetto di continui adeguamenti con costi a carico di tutti gli italiani. Inoltre l’ordinamento comunitario ci impone di realizzare il deposito unico e siamo già in procedura di infrazione per i ritardi accumulati. In ogni caso dal punto di vista della gestione è ovviamente più sicuro avere tutti i materiali concentrati in un unico sito realizzato con le più moderne tecnologie di protezione, vagliate a livello internazionale”.

Quanto ci vorrà per decidere dove costruire il deposito?

“L’iter di individuazione del sito – secondo Pernice – dovrebbe concludersi entro un anno, anche se dalle prime dichiarazioni delle autorità politiche emerge chiara la volontà di garantire i tempi necessari a consentire una effettiva partecipazione al procedimento di tutti i soggetti e i territori interessati”.

Ma come si procederà se nessuno dei territori individuati dovesse dare la propria disponibilità ad ospitare il deposito? “In mancanza di una scelta condivisa, data la responsabilità che lo Stato ha verso l’intera collettività, sarà comunque il governo a valutare le opzioni e a fare la scelta – dice Pernice -. All’estero queste decisioni sono state assunte con l’intesa dei territori. In Francia, ad esempio c’è un deposito in mezzo ai vigneti dello Champagne”.

Tra i compiti dell’Isin c’è anche quello di censire e tracciare i “rifiuti” radioattivi prodotti in Italia, compresi quelli delle quattro centrali nucleari costruite tra gli anni ’60 e ’70. Sono inattive ormai da più di trent’anni, ma a causa di varie lungaggini burocratiche le attività di smantellamento – di cui è responsabile Sogin – sono state autorizzate solo di recente dal Mise: nel 2012 è arrivato il via libera per le centrali di Trino e Garigliano, nel 2014 quello per la centrale di Trino Vercellese e solo nel maggio del 2020 è arrivato l’ok per la centrale di Latina.

Quante scorie nucleari ci sono in Italia?

Stando all’Isin il quantitativo di rifiuti radioattivi presenti in Italia, al dicembre 2019, è il seguente:

  • 1405,74 metri cubi di rifiuti a vita molto breve, non destinati al Deposito nazionale poiché esauriscono la loro pericolosità radiologica in pochi mesi;
  • 14.072,40 metri cubi di rifiuti ad attività molto bassa e 12.521,19 metri cubi di rifiuti ad attività bassa, destinati all’impianto di smaltimento in superficie del Deposito nazionale;
  • 3.027,96 metri cubi di rifiuti a media attività, destinati al deposito di stoccaggio di lunga durata del Deposito nazionale.

Nel deposito di stoccaggio di lunga durata saranno destinati anche i rifiuti di media e alta attività prodotti dal riprocessamento in Francia e in Gran Bretagna, dove è stato inviato il 99% del combustibile irraggiato utilizzato nelle quattro centrali nucleari italiane, nonché il combustibile irraggiato presente ancora in Italia (2,6 t).

Italia in ritardo rispetto all’Europa

Non tutti i rifiuti però saranno lasciati nel deposito nazionale, una volta che questo sarà ultimato. Stando alle norme europee, per le scorie a media e alta attività bisognerà dotarsi di un deposito geologico da realizzare a notevole profondità, in una zona geologica stabile con presenza di salgemma o argilla: sarà questa la “casa” definitiva delle scorie più pericolose. Di questo però in Italia non si è ancora parlato e, presumibilmente, non se ne parlerà a breve visto che il dibattito è ancora fermo al deposito di superifice.

L’Italia è in ritardo rispetto alla maggior parte dei Paesi europei, quasi tutti già dotati di uno o più depositi di superfice. Inoltre è l’unico tra gli Stati membri a non avere ancora previsto lo sviluppo di un deposito geologico (motivo per cui è stata sanzionata dalla Ue). Va detto però che solo tre Paesi – Finlandia, Francia e Svezia – hanno adottato misure concrete per la realizzazione di un deposito di profondità.

La Finlandia, si legge nell’ultima relazione della Commissione europea in materia, datata dicembre 2019, è il primo Paese al mondo ad aver avviato “la costruzione di un deposito geologico di profondità che dovrebbe entrare in funzione entro il 2024; seguirà la Svezia nel 2032 e la Francia nel 2035”. Per l’Italia bisognerà spostare l’orizzonte temporale decisamente più in là. 


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