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La diaspora italiana (1. I dati)

Emigrazione

Paola Cecchini

 I dati dell’Annuario Statistico della emigrazione italiana (periodo 1876- 1925), sommati a quelli della Direzione generale di Statistica, ci permettono di quantificare in 27.292.431 il numero degli italiani espatriati tra il 1876 e il 1999. I rimpatri (calcolati dal 1905) sono quantificati  in 10.038.635, pari al 36,8%.

Il 1876 segnò una data importante per l’emigrazione del nostro Paese: sotto la guida di Luigi Bodio (che diventerà presidente del Commissariato generale dell’emigrazione nel 1901), venne redatta la prima statistica ufficiale del settore, anche se il flusso migratorio aveva già le caratteristiche di un fenomeno di massa (nel quinquennio 1869-1875 la media annua si aggirava intorno alle 123.000 unità).

Era un’emigrazione sporadica e disorganizzata, indirizzata verso i paesi europei e mediterranei:  si mantenne sulle 135.000 unità annue fino al 1885. Dal 1887, a causa del notevole incremento dell’offerta di lavoro nel mercato americano, esplose l’emigrazione transoceanica, che nel periodo 1887- 1900 rappresentò quasi la metà degli espatri totali (940.397) [1].

 Contrariamente a quanto si crede, l’esodo ha toccato tutte le regioni italiane, anzi, furono proprie quelle settentrionali a pagare il più elevato contributo fino al 1900: il Veneto (17,9%), il Friuli Venezia Giulia (16,1%) e il Piemonte (12,5%) fornirono da sole quasi la metà di tutto il contingente migratorio italiano. La situazione si capovolse nei due decenni successivi allorché il primato passò alle regioni meridionali, Sicilia in testa con 1.126.513 espatri (12,8%), seguita dalla Campania con 955.188 (10,9%).

Nel periodo 1906-1910  gli espatri raggiunsero 3.256.438 unità (media annua 651.288), mentre nel quinquennio successivo furono pari a 2.743.059 (media annua 548.600). L’apice in assoluto fu toccato, com’è noto, nel 1913 allorché in un solo anno emigrarono 872.598 connazionali.

 

Lo scoppio della prima guerra mondiale interruppe il movimento migratorio che riprese alla fine delle ostilità: nel 1920 emigrarono 614.611 persone, dal 1921 al 1930 circa 2.577.000 (media annua 257.000). Nel 1931 ci fu un cambiamento di rotta, sia perché il governo fascista era contrario all’emigrazione, sia perché gli Stati Uniti avevano ridotto in modo notevole il numero degli immigrati: nel 1934 espatriarono solo 68.461 italiani. Dopo il secondo conflitto mondiale, il fenomeno riprese con ritmo intenso  e nel 1973, per la prima volta dopo l’unificazione, il rapporto tra espatri e rimpatri divenne attivo relativamente agli stati europei; nel 1975 lo divenne anche nei confronti del paesi extra-europei. Si invertì la tendenza e l’Italia si trasformò in paese di immigrazione.

Quali furono i principali paesi di emigrazione italiana dal 1878 al 1976?

Vengono in nostro soccorso le tabelle del su-citato libro di Rosoli, rielaborate dall’ISTAT[2].

Stati Uniti

5.691.404

Francia

4117.394

Svizzera

3939813

Argentina

2069402

Germania

2452587

Brasile

1456914

Canada

650.358

Belgio

535.031

Australia

428.289

Gran Bretagna

263.598

E quali sono le Regioni che hanno maggiormente contribuito a quella che è chiamata ‘la diaspora italiana’?[3]

Veneto

3.071.794

Campania

2.732.036

Sicilia

2.587.111

Lombardia

2.316.137

Piemonte

2.214.918

Friuli V.G,

2.173.109

Calabria

1.912.883

Puglia

1.395.032

Abruzzo

1.217.403

Toscana

1.194.695

Una precisazione s’impone: i dati riportati sono quelli menzionati nelle statistiche ufficiali, ma non bisogna dimenticare che fin dall’inizio é esistita un’emigrazione clandestina, parallela alla prima. E’ opinione condivisa da tutti gli storici.

Chi erano i clandestini?

Erano i fuoriusciti che lasciarono l’Italia durante il fascismo (il Casellario politico centrale contava almeno 150.000 dossier);

erano i bambini venduti alle vetrerie francesi e di Pittsburgh (età media otto anni);

-erano i bambini venduti in Francia come spazzacamini (la cui età scendeva anche a quattro anni);

-erano i bambini che lavoravano nelle fornaci in Baviera, Austria, Croazia e a Detroit, dove aiutavano gli adulti a scavare le gallerie trasportando secchi di acqua al collo;

-erano i minorenni impiegati come marmisti nel Canton Ticino (gli italiani raggiungevano il 18% del totale, secondo quanto relazionò l’allora console italiano).

-erano i bambini che lavoravano nei giacimenti di carbone del Gard, dove l’estrazione avveniva in spazi in cui l’altezza massima non raggiungeva il metro e scendeva normalmente a 50-60 centimetri;

-erano i bambini venduti ai musicanti ed ai figurinisti della Garfagnana, così come le ragazze esportate verso i bordelli di tutto il mondo, tanto che ‘La voce della verità’, nell’edizione del 29 luglio 1902, riportava che ‘dal congresso internazionale contro la tratta delle bianche, sembra venuta fuori la statistica che assegna all’Italia il primato vergognoso’.

Ancora negli anni Sessanta  c’erano navi che rovesciavano gruppi di emigrati italiani illegali nel Maine o che cercavano di passare la frontiera francese di notte, attraversando valichi pericolosi e finendo spesso nei burroni sottostanti.

Quanti furono in un secolo? Almeno quattro milioni.

Secondo la studiosa Maddalena Tirabassi [4] le caratteristiche dell’emigrazione italiana (conseguente alla crisi agraria, all’aggravamento delle imposte ed al declino dei vecchi mestieri artigiani) possono essere così riassunte:

– basso livello di istruzione: il tasso di analfabetismo era elevatissimo, tanto che la media nazionale nel 1871 era pari al 67,5%, mentre nelle regioni meridionali superava anche il 90%. Dopo il secondo conflitto mondiale, la percentuale degli emigranti analfabeti scese vertiginosamente, anche se restò alta nell’Italia meridionale;

– composizione sociale: la stragrande maggioranza era formata da contadini, anche se emigrarono in gran numero artigiani, manovali ed operai;

– alto tasso di mascolinità: fino al 1925 la popolazione migrante era composta per l’85% di maschi e per il 15% di femmine. La percentuale si equilibrò un po’ nel periodo successivo allorché i maschi scesero al 65% e le femmine salirono al 35%;

– giovane età: fino al 1925, l’età media era compresa tra i 16 e i 45 anni; scese ancora nel periodo successivo, oscillando tra i 15 e i 30 anni;

– stato civile: fino agli anni Cinquanta, l’uomo era celibe nel 90% dei casi. Dopo tale periodo, la percentuale scese al 78%.

Tutto ciò premesso, è facile comprendere che queste cifre, unitamente ai decessi nei due conflitti mondiali, hanno prodotto in Italia una perdita demografica considerevole (perdite potenziali di matrimoni e conseguenti nascite) che ha enormemente contribuito all’invecchiamento della popolazione come in nessun altro paese al mondo.  Spesso si sente dire che la popolazione italiana é invecchiata in misura maggiore rispetto agli altri paesi europei: si dimentica, piuttosto superficialmente, che i giovani espatriarono a milioni per vari decenni.

[1] Rosoli Gianfausto Italian Migration, un secolo di emigrazione italiana, CSER, Roma, 1978.

[2] Rosoli G., cit.

[3] Fonte: Consiglio generale Emigrazione (CGE) e ISTAT

[4] Tirabassi Maddalena,  La storia dell’emigrazione e le migrazioni regionali, in “Altre Italie”, n. 15, gennaio-giugno 1997)


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