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La “Rivoluzione digitale”, una risorsa esistenziale?

Scuola, Formazione & Università

Intervista al prof. Luca Siniscalco, docente di Filosofia e Letteratura contemporanea presso la UNITRE Milano e eCampus

di Stefania Romito

La tecnologia sta dimostrando di costituire un valido alleato in molti settori del reale come la didattica. Ma questa “rivoluzione digitale” quale conto ci presenterà in un prossimo futuro? Lo abbiamo chiesto al prof. Luca Siniscalco, attendo studioso delle dinamiche sociali nell’ambito di una prospettiva filosofica.

Uno degli aspetti positivi della didattica a distanza è l’inclusività. La scuola da remoto consente anche alle persone con abilità diverse di partecipare alle lezioni. Un grande punto di forza, non lo crede anche lei?

Certamente. E ciò non riguarda soltanto i disabili. La DAD permette la fruizione dei corsi agli studenti malati, temporaneamente impossibilitati a muoversi, alle persone che abitano lontano, ecc. Questo è un aspetto positivo difficilmente contestabile, anche per chi ha sensibilità critica nei confronti della tecnologia.

Tra gli aspetti negativi delle lezioni online vi è la possibile mancanza di strumenti e di infrastrutture adeguate, come ad esempio, una connessione internet insufficiente e la carenza dei dispositivi. Circostanza che ha dato vita a una situazione non egualitaria. A ciò si devono aggiungere le “distrazioni” che ci possono essere in un ambiente casalingo, oltre alla stanchezza e allo stress (sia da parte di docenti che degli studenti), nell’essere spesso tenuti a frequentare le lezioni per un tempo che va oltre la durata solita delle ore di insegnamento in presenza. Voi docenti della UNITRE, come riuscite a ovviare a questi inconvenienti?

Tra i difetti elencati, ve ne sono, a mio avviso, alcuni contingenti (relativi e temporanei), altri invece assoluti (cioè consustanziali – almeno sinora – alla didattica a distanza in quanto espressione del virtuale). Per quelli contingenti, come le difficoltà tecniche, i problemi di rete e di connessione internet, le incomprensioni e difficoltà sull’apprendimento dell’utilizzo della tecnologia, “ci si arrangia” fra prove, tentativi ed errori. Sono le banali operazioni che ognuno di noi si è trovato a compiere in questo periodo, ma che vengono fortunatamente sempre mediate e superate. In questo processo di formazione emerge inoltre – pochi lo sottolineano – un particolare senso di comunità e di vicinanza nel fronteggiare le difficoltà condivise. Altri difetti sono invece assai più profondi e ci interrogano problematicamente sull’essenza dello strumento tecnico che utilizziamo. Che, forse, soltanto, ci illudiamo di utilizzare. Nel senso che la tecnologia, heideggerianamente, non è da noi “impiegata”, bensì “abitata”, come uno scenario che non è da intendersi quale oggetto passivo e inerte, bensì una “imposizione” (Gestell) epocale sul nostro modo di vivere, di errare nel mondo. La stanchezza e lo stress, che ha citato, rientrano a mio avviso fra gli effetti primari in forme di dialogo, comunicazione e insegnamento che prescindono dalla relazione spontanea e concreta fra i corpi, dell’incontro con la fatticità dell’Altro da sé, che nel virtuale si palesa come simulacro (l’espressione è del filosofo francese Baudrillard, e indica la “copia senza originale” che è tipica del mondo virtuale). È il “volto dell’Altro”, per citare Emmanuel Lévinas, che viene a mancare. Lo vediamo soltanto nella sua trascrizione algoritmica in pixel, non nella sua fatticità concreta e carnale. Ed è proprio “il volto dell’Altro” a richiamare, in maniera potente e impellente, al carattere vivo dell’insegnamento. L’integrazione di questo aspetto – la dimensione concreta, corporea, vitale, esemplare della didattica – è nei sistemi tecnologici ben lungi da qualsivoglia forma di reale inclusione.  Potrà esistere – ed essere disponibile ai più – una realtà aumentata? Solo in questa dimensione dell’iper-virtualità sarà forse possibile superare i bias insiti nelle odierne metodologie.

La nostra società è sempre più influenzata dallo sviluppo tecnologico e dall’innovazione digitale. Da tempo ormai ci si interroga sull’impatto che la tecnologia può avere sulle nostre vite e su quelle che possono essere le conseguenze in ciascun settore del reale. Qual è la sua visione a riguardo?

È un tema estremamente complesso, cui cercherò di offrire una risposta sintetica. Un assunto fondamentale, a mio avviso, è che il problema dell’innovazione digitale si inserisce a pieno titolo – e non può essere compreso, fuori da tale dimensione – nella già evocata questione della tecnica e nell’interrogarsi sul virtuale. Si tratta, in entrambi i casi di fenomeni destinali, consustanziali cioè allo sviluppo storico (e metafisico) dell’Occidente, e – con la globalizzazione – dell’intero globo. Sul tema hanno scritto pagine insuperate il già citato Martin Heidegger, ma anche Ernst Jünger e l’italiano Emanuele Severino. La tecnica moderna, la cui problematicità filosofica è stata ampiamente discussa dagli intelletti più acuti del Novecento – oltre agli autori citati, non possiamo dimenticarci di Spengler, Anders, Adorno e Horkheimer – una volta informato l’intero globo, costituitasi a paradigma socio-politico tecnocratico, si troverà di fronte a un bivio. Da un lato, essa potrà realizzare (o illudersi di realizzare) quel Paradiso in terra auspicato dai progressisti di ogni epoca: è «la terra promessa tecnologica. L’età nella quale la tecnologia avrà risolto tutti i problemi che la stessa tecnologia ha creato» (W.I. Thompson, All’orlo della storia). Un utopismo astratto. Dall’altro lato, proprio allo zenit della propria realizzazione, la tecnica potrebbe scegliere un nuovo radicamento essenziale: fuoriuscendo dal mondo moderno, le sarebbe forse concesso di abbeverarsi a una provenienza diversa, più profonda e arcaica, al crocevia fra storia e mito. Potrebbe, così germogliare un’altra tecnica: demiurgica, mitopoietica, antimaterialistica persino.  Questa è a mio avviso l’unica strategia realista per confrontarsi con la tecnologia e il problema della tecnica in maniera fruttuosa, immaginando un ruolo attivo dell’uomo e rifiutando una sterile ipostatizzazione conservatrice e passatista. La quale, senza adottare la visione cui qui alludiamo, rimane invece l’unica diagnosi e reazione sensata a fronte della inquietante manifestazione moderna (e postmoderna) della tecnica. Se è vero, come sosteneva lo storico delle religioni romeno Ioan Petru Culianu nel suo Iocari serio, che «la scienza moderna, puramente quantitativa, ha sconfitto solo molto tardi e con grandi difficoltà la magia del Rinascimento, la concezione delle omologie cosmiche», «benché l’evoluzione non sia stata meramente arbitraria, ma come un tassello nella tradizione che ha deciso il destino della cultura occidentale», nulla vieta di pensare che l’avvenire non possa portare a manifestazione una scienza magica, qualitativa, analogica, tanto da «immaginare, al posto degli attuali grandi tecnici e specialisti anonimi dei voli cosmici, dei grandi stregoni, esperti in voli magici…». Un ottimismo ingenuo ci rende schiavi della tecnocrazia progressista e capitalista, che tramuta la fede nel futuro in moneta sonante. Qui Google e Amazon docent. Ma un ottimismo pragmatico e realista evita lo sconforto e la disillusione, riapre gli spazi di quella storia che, con buona pace di Francis Fukuyama, non è ancora terminata.

Vincent Mosco, nel suo saggio “Il sublime digitale”, tende ad attribuire alla tecnologia capacità quasi mistiche in grado di trasformare inevitabilmente la società e il mondo, mentre un altro attento studioso del tema, Morozov, parla di “internetcentrismo”. La tendenza nel considerare la rete come una forza che agisce dall’esterno. Un fattore separato dal mondo fisico, in grado di funzionare secondo proprie regole determinate, non dalle dinamiche sociali, bensì da un ipotetico e sublime “cyberspazio”. Come si pone il suo pensiero nell’ambito di queste interessanti prospettive?

La prospettiva di Mosco è di estremo interesse. Bisogna precisare che il concetto di sublime ha un forte radicamento nel terreno estetico, in una lunga e sfaccettata storia che procede dall’Anonimo autore del Trattato sul Sublime (Pseudo-Longino) per giungere a Edmund Burke e Immanuel Kant. Un concetto affine, sul piano morfologico e tipologico, è stato sviluppato nella Storia delle religioni da Rudolf Otto, con la sua nozione di Sacro (das Heilige). Il Sacro, infatti, si dà nell’esperienza religiosa come mysterium tremendum et fascinans, testimoniando la costitutiva ambiguità dell’incontro con il divino, che affascina e atterrisce simutaneamente, proprio come il sublime in ambito estetico.  Ecco, la tecnologia, in parte l’ho illustrato nelle precedenti risposte, ha in sé questa dimensione che i tedeschi definirebbero unheimlich: “perturbante” nella misura in cui ci spaventa, ci fa sentire fuori posto, non “a casa” (Heimat), ma proprio in questo contrasto ci richiama all’impellenza del radicamento nell’erranza propria dell’uomo – «Io sto sempre andando a casa, alla casa del Padre» ci ricorda liricamente Novalis. L’epoca contemporanea è segnata dal medesimo stigma della tecnica, cui è coessenziale: un carattere ambiguo, proteiforme, che sfugge a qualsiasi definizione univoca. Per questo sono state coniate tante espressioni, molte fruttuose e complementarmente feconde, per definire la nostra epoca: la «società liquida» di Zygmunt Bauman, il Nomos dell’Aria (o, forse, del Fuoco) prospettato da Carl Schmitt nel suo Terra e Mare, l’età del nichilismo dispiegato (Nietzsche, Heidegger, Jünger), la dromocrazia (Paul Virilio), l’età di transizione dall’archetipo di Prometeo a quello di Dioniso, latore di un’età nomadica (Michel Maffesoli). Tutte definizioni che ci dicono della difficoltà di racchiudere univocamente un mondo caratterizzato dal «politeismo dei valori» (Max Weber), in cui tutte le conformazioni e gli ordinamenti, per dirla con il filosofo russo Aleksandr Dugin (e, in particolare, con il suo Teoria e fenomenologia del Soggetto Radicale) sono simulacri di sé – ecco allora il post-uomo, cittadino della post-società nell’epoca post-politica e post-moderna nel post-spazio in cui a vigere è la post-storia. Nell’evoluzione della nostra relazione con il mondo virtuale tutto dipenderà, in ultima istanza, dal rapporto essenziale che l’uomo e la tecnica decideranno d’intrattenere fra loro.

Il prof. Luca Siniscalco sarà ospite della trasmissione televisiva “NOI ITALIANI”, ideata e condotta dalla giornalista e scrittrice Stefania Romito, in onda su TELE7LAGHI (canale 34 e 215 del digitale terrestre) martedì 2 febbraio alle ore 22:30 (in replica giovedì 4 febbraio alle ore 19:15 e sabato 6 febbraio alle ore 13 https://www.telesettelaghi.it/2019/06/01/noi-italiani/).

 

 


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