L’ultima raccolta di poesie della scrittrice e psicoterapeuta Anna Segre

Arte, Cultura & Società

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In versi le trasformazioni dell’amore

Riproponiamo l’intervista integrale uscita sulla testata Affari Italiani di Milano: https://www.affaritaliani.it/libri-editori/anna-segre-nuova-raccolta-di-poesie-saffiche-della-psicoterapeuta-intervista-778894.html alla scrittrice e poetessa Anna Segre, in merito al suo nuovo libro “La distruzione dell’Amore”. 

“Lei mi ama e ciò alza le mie quotazioni sul mercato degli affetti. Ho quei brutti nei, sono tutta storta, la faccia stropicciata, e i fianchi molli, amata tutta, così. Nevrotica, ossessiva, iper-reattiva, spelacchiata, rauca e bianca fosforescente, addirittura desiderabile mi vede. L’amore, diceva la poetessa, non è cieco: è un Dio i cui bislacchi criteri sfuggono alla gravitazione e alla termodinamica, perciò noi vediamo disordine dove lui crea mondi”. Sono i versi di ‘Immeritatamente’, una delle poesie contenute nell’ultimo libro di Anna Segre, dottoressa in medicina, psicoterapeuta, scrittrice omosessuale. “La distruzione dell’amore” è il titolo del volume edito da Interno Poesia, con la prefazione di Margherita Giacobino e la postfazione di Beatrice Zerbini. Una raccolta di versi in cui l’autrice racconta l’amore “come sentimento necessario alla vita e al contempo quasi impossibile da mantenere”. L’amore “che sia omosessuale o eterosessuale, e per chi ama questa distinzione è un’etichetta superflua – evidenzia Anna Segre – è il cardine della vita per moltissimi di noi. In questo momento difficile, in questi anni di pandemia, per molti proprio l’amore è stata la risposta, una risposta di confronto e di cura”, conclude la psicoterapeuta. 

Questa produzione letteraria ha uno specifico interesse, strettamente legato alla sua professione di psicoterapeuta: l’anima, la psiche umana. Che tipo di lettura lei ci offre soprattutto nell’attuale fase di vita così critica per ciascuno?

La coscienza è interpersonale, si sviluppa nella relazione con l’altro. Tutto è relazione. Anche scrivere su uno schermo. L’essere umano cerca spasmodicamente la relazione, esiste quando dialoga in qualsiasi modo con l’altro. Ognuno è sé e l’altro. E allora, come acqua, passiamo sotto le porte, intridiamo la terra, cerchiamo di incontrare l’altro, che è noi.

“La distruzione dell’amore”. Un titolo così forte è forse una provocazione?

Ecco, potremmo dire che lo è. Non è vero che le liti, le separazioni, le incomprensioni portano alla distruzione. Ti sembra sia finita. Che ci siano solo macerie. Ma l’amore è una fenice che si strazia di fuoco morendo in cenere e risorge poi come non fosse mai morta. E io guardo a quella sofferenza, a quella distruzione considerandola parte della costruzione.

Tra i suoi versi io non ho incontrato morte, sconforto o distruzione. Sicuramente sofferenza ma anche desiderio di risveglio, di rinascita. Come scrive in ‘Metamorfosi’: Al tronco tagliato/ rimaneva una gemma/ e da quella continuo…

Mi sono messa alla prova con malattie e incidenti e inciampi e errori, rispetto alla rinascita e al cambiamento. Non perdo fiducia, mi slancio in avanti come se avessi capito, adesso, e fossi pronta a fare bene, meglio, convinta che ce la farò. E non è che un’ulteriore caduta mi faccia disperare. Sono idiota? Forse. Mi sono allenata per 57 anni e ora eccomi qui, neonata di nuovo. Io sono come Teresa Batista stanca di guerra: ogni volta che mi innamoro ridivento vergine.

Altri suoi versi che mi hanno particolarmente colpito sono stati quelli di ‘Ingenuità’: L’ingenuità è quel lusso/ non dissimulabile, naturale/ di non considerare il male/ cosa probabile. L’ingenuità è una conquista?

Ero ingenua, da bambina, e le mie amiche mi prendevano in giro per questo. Crescendo si dovrebbe capire il mondo e l’ingenuità dovrebbe finire come l’infanzia. Io però non l’ho voluta dismettere, non ho voluto essere ‘adulta’ nel senso di furba, avveduta, mi sono concessa questo lusso. Ho voluto aspettarmi il bene, in ogni caso. Ormai sono abituata a muovermi così e non so più se sia naturale o una conquista.

Perché i titoli delle poesie sono anche in ebraico?

 

Perché l’ebraico mi somiglia, anche se non è la mia lingua madre. E’ la mia lingua padre.In principio fu la parola: una cosa non esiste, se non è nominata. Quindi si può dire che la parola crea. Ogni parola in ebraico è fatta da una radice e da un significato, anche vasto, anche metaforico. Faccio sempre questo esempio molto esplicativo. Dalla radice ADM, benadam uomo, adamà terra, adom rosso, dam sangue, tutte parole collegate al momento della creazione nella Torà.

E, per tornare ai titoli, si aprono scenari interpretativi ulteriori anche solo usando la parola in ebraico. E’ stato divertente vedere cosa usciva fuori, per esempio, Pachiderma in ebraico si traduce Pil, che sarebbe elefante. Elefante vale per l’intero genere dei pachidermi. Ho amato questa approssimazione: chi altri è pachiderma se non l’unico e il solo meraviglioso elefante?

O anche Parole, potrebbe essere tradotto Milim,  che vuol dire parole, ma in questo caso è molto più calzante Divrei, da Davar, che vuol dire cosa sottinteso cose create con la parola. E insomma, convivono in me l’italiano musicale, particolareggiato e l’ebraico pietra. Potrei continuare a lungo, e questo è un altro motivo per mettere i titoli in ebraico…

E’ possibile secondo lei  un amore senza conflitto?

No.
Cosa è per lei la poesia?

E’ la pietra filosofale della parola.

Di una parola ne fa polvere, odore, impressione.

E’ la trasformazione di emozione in corpo e del corpo in metafora.

E’ l’uso improprio, oltre la sapienza, della punteggiatura.

Distillare una goccia da oceani di angoscia e punti e virgola.

 

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