A Mosca le sanzioni occidentali si scontrano con il fatalismo russo

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Nella capitale non si avvertono tracce dell”operazione speciale’ in Ucraina, ma l’economia mostra segnali di una trasformazione della società, che si adatta alla carenza di materie prime, all’aumento dei prezzi e a una regressione tecnologica.

di Marta Allevato

© Kirill Kallinikov / Sputnik / AGF – Chiesa della Santissima Trinità a Mosca

 

AGI – Più la Russia è in difficoltà, più la sua capitale risplende: nel 2012, le massicce proteste anti-governative di piazza Bolotnaya avevano portato con sé anche una radicale ristrutturazione dei parchi cittadini “per distrarre”, si diceva all’epoca, “la classe creativa”, cuore di quel movimento.

Oggi a Mosca non vi è segno dell'”operazione militare speciale” in Ucraina, strade e marciapiedi sono tirati a lucido, rigogliose aiuole sulla piazza Rossa tentano di far passare inosservate le vetrine vuote di Cartier.

A settembre ci saranno le elezioni municipali: 125 su 146 circoscrizioni scelgono i propri deputati dopo che nel 2017 la consultazione aveva registrato un inaspettato successo dell’opposizione.

Il sindaco, Serghei Sobyanin, prova ad essere associato il meno possibile a quanto sta accadendo in Ucraina, anche perché la capitale è dove i sociologi registrano la maggiore opposizione (circa il 30%) all’iniziativa del Cremlino di inviare truppe oltre confine.

Tra ristoranti e bar strapieni, complice un sole e una temperatura perfetti, Mosca sembra la capitale di un qualunque Paese in pace, che si gode l’estate.

Per ora le sanzioni occidentali, varate dopo il 24 febbraio, si riflettono solo in modo parziale sulla popolazione, anche se un generale senso di incertezza per il futuro pervade tutti.

L’inflazione al 15,9%

I prezzi delle auto sono raddoppiati, nei rivenditori si sperimenta un deficit dei veicoli occidentali, i cui pezzi di ricambio sono schizzati alle stelle; la produzione di auto – ormai affidata solo a case nazionali, dopo l’uscita dei partner occidentali come Renault – è al palo e ormai è costretta a tornare a modelli sovietici; l’inflazione, per mesi intorno al 17% (ma il trend è di graduale discesa, ora il dato è al 15,9%), ha comportato un notevole aumento dei prezzi al dettaglio, mentre l’esclusione del Paese dallo Swift – la rete internazionale attraverso cui si parlano le banche – e le sanzioni su diversi istituti di credito hanno reso impossibile effettuare i più banali trasferimenti di denaro all’estero.

“Finora non è cambiato molto” è il refrain che ostentano in tanti a Mosca, al quinto mese di vita sotto quelle che sono state definite le più massicce sanzioni economiche mai varate contro un Paese.

Molti brand globali, come Nike, Uniqlo e Zara, hanno chiuso le attività, mentre le sanzioni hanno limitato l’accesso delle aziende alle catene di approvvigionamento mondiale, già sotto pressione per gli effetti della pandemia.

La fuga dei grandi brand

Intere aree dei centri commerciali, come l’Okean a Slavyansky Bulvar, hanno le saracinesche abbassate, ma nessuno si lamenta dell’assenza di Zara o H&M, tanto più che molti stanno già rientrando nel mercato sotto altro nome: nel mall Aviapark, Levi’s ha riaperto come JNS, con proprietà russo-turca; sempre una società turca, la Fiba Retail, avrebbe invece acquistato il franchising di Mango e intenderebbe riaprire il primo negozio nel centro commerciale Gagarinsky, secondo il quotidiano Vedomosti.

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© ZUMAPRESS.com /AGF

Mosca, le vetrine dei brand di lusso vuote

Hanno più effetto psicologico che altro, le vetrine vuote di boutique come Chanel o Louis Vuitton nel tempio dello shopping moscovita, i Magazzini Gum sulla Piazza Rossa. Riportano tutte lo stesso avviso: “Chiuso per problemi tecnici”.

L’Unione europea ha vietato l’esportazione in Russia di beni di lusso con un valore superiore a 300 euro, ma si tratta di prodotti destinati a una ristretta fascia di popolazione, che per ora può contare in parte sui cosiddetti ‘canali grigi’ doganali, dove le merci sanzionate vengono dichiarate con valori ribassati.

Sempre al Gum, altri brand stranieri come Max Mara non hanno invece mai abbassato le saracinesche, perché lavorano in franchising con partner russi, sulla base di contratti che rendono legalmente impossibile imporre la chiusura anche se la casa madre volesse.

Come è successo per esempio a Burger King, che non ha mai interrotto le sue attività, a differenza di McDonald’s, di cui però i consumatori non percepiscono l’assenza.

La catena di fast food americana è stata comprata da un businessman siberiano e rinominata ‘Buono e basta’: continua a servire quasi lo stesso menù, con identiche materie prime e all’esterno dei suoi ristoranti non vi è alcun richiamo al nuovo logo (due patatine fritte e un hamburger stilizzati), nel tentativo di sottolineare il meno possibile il cambio.

“Dopo un periodo in cui avevano semplicemente congelato gli investimenti e ridotto la produzione, in attesa di capire come si evolvesse la situazione in Ucraina, la tendenza, almeno tra le società dei Paesi del G7, è uscire dal mercato russo”, spiega all’AGI Oksana Antonenko di Control Risk, compagnia con base a Londra e che si occupa di consulenza alle imprese e ai governi nella regione.

Secondo un recente studio della scuola di management di Yale, il 58% delle società estere censite in Russia – equivalente a 1.200 imprese – hanno finora lasciato questo mercato.

“E’ una tendenza destinata a crescere, anche per via del forte aumento del costo della logistica e della mancanza di materie prime per la produzione locale”, continua l’analista. “Oggi, però, è molto difficile vendere un’azienda a condizioni convenienti”, sottolinea Antonenko, mentre il governo sta per varare una legge sulla nazionalizzazione delle imprese che lasciano il Paese.

Al momento, tranne indiani e turchi, gli analisti non registrano un particolare interesse da parte di nuovi investitori stranieri, data l’incertezza sulle prospettive del mercato, già alle prese con segnali di deflazione.

Si tratta di un fattore preoccupante, perché quando i prezzi scendono, le imprese non guadagnano e non investono, con conseguente flessione dell’attività economica. Ne stanno approfittando per ora turchi (il produttore di birra Anadolu Efes è in trattative per rilevare Bud) e gli indiani (che si apprestano ad aprire una catena di supermercati) ma soprattutto i russi stessi: con la diffusa formula del management buyout, che prevede la vendita al proprio management locale, stanno acquistando aziende straniere a prezzi ridotti del 20-30% rispetto a quelli di mercato, soprattutto in settori come consulenza, studi legali e servizi.

“In questo modo”, sottolinea l’analista di Control Risk, “le società straniere diminuiscono i rischi e non si fermano i rapporti col Paese, facilitando un eventuale rientro”.

L’import parallelo

Per scongiurare lo spettro di un deficit di merci e il conseguente panico tra i consumatori, il governo russo ha legalizzato l”import parallelo’ di alcune categorie di prodotti: dai ricambi auto ai materiali edilizi, passando per cosmetica e apparecchiature elettroniche.

Lo schema permette a una societ russa di comprare beni, senza nessun rapporto con la casa madre, da qualsiasi società estera di Paesi che non hanno aderito alle sanzioni; si tratta per lo più di Kazakistan, Georgia, Armenia e Turchia.

“Questo”, spiega Antonenko, “sta ricreando la figura dell’intermediario nel commercio estero e delineando la possibilità di sviluppo, nella logistica e nella distribuzione, per le compagnie di provincia, perché si sono aperti nuovi corridoi commerciali”.

L’import parallelo non è sufficiente a rifornire il mercato dei dispositivi elettronici: la domanda di smartphone usati è piu’ che raddoppiata a giugno, su base annua, con un aumento medio delle vendite del 50%, stando ai dati dell’operatore Megafon. Allo stesso tempo, le vendite di nuovi dispositivi sono diminuite del 35%.

Secondo gli esperti, il fenomeno è dovuto alla continua carenza di dispositivi che, dopo il 24 febbraio, non vengono più venduti ufficialmente in Russia, e al volume insufficiente di apparecchiature che arrivano con il ‘parallelny import’.

L’industrializzazione inversa

I maggiori problemi economici a lungo termine per la Russia sono legati al bando sull’export di alta tecnologia occidentale: dall’oil & gas, all’automotive, fino all’aviazione civile e alla sanità.

Le autorità hanno già parlato di “industrializzazione inversa”, vale a dire un’industrializzazione basata sullo sviluppo di tecnologie meno avanzate. Il settore auto è quello che ha risentito finora più di tutti: secondo l’associazione del Business europeo in Russa (Aeb), le vendita di veicoli nuovi a giugno è crollata dell’82%, su base annua, mentre il Comitato statale per la statistica ha registrato una caduta della produzione del 97% a maggio, rispetto allo stesso periodo del 2021.

La maggior parte delle case straniere ha abbandonato il mercato o ceduto gli stabilimenti e l’interruzione dell’export dai “Paesi ostili” ha creato un vero e proprio deficit.

La significativa carenza di componentistica, inoltre, ha portato il governo ad allentare gli standard di sicurezza per l’omologazione dei veicoli made in Russia, autorizzando auto senza sistemi elementari di sicurezza come gli airbag o l’Abs.

Il tasso di disoccupazione al 4%

Il settore impiega migliaia di persone e secondo le stime della società per la gestione delle risorse umane Ancor, sarà tra i più colpiti dall’aumento della disoccupazione. Il ministero dello Sviluppo economico sostiene che la situazione è stabile e il tasso di disoccupazione è al minimo storico del 4%.

Tuttavia, lo stesso ministro Maksim Reshetnikov ha osservato che le aziende potrebbero iniziare a licenziare i dipendenti, se la crisi della domanda si trascinerà. Le stime di Ancor parlano di un aumento della disoccupazione fino al 7,8% entro fine anno.

Complici anche gli interventi, più o meno ortodossi, della Banca centrale per difendere il rublo con misure di controllo dei capitali, alle sanzioni per ora non è seguito un crollo dell’economia che ha, però, iniziato un processo di degradazione, di cui ancora non sono chiari i tempi.

La fase è quella che la stessa Bank Rossii ha definito di “adattamento” e che vede il governo alle prese con una politica di sostituzione delle importazioni, la cosiddetta ‘importzameshenie’, che dovrebbe portare a diminuire la dipendenza dall’Occidente.

Realizzare questo ambizioso progetto di autarchia – su cui lavorano in prima fila il vicepremier e ministro dell’Industria, Denis Manturov, e una delle figlie del presidente Vladimir Putin, Katerina Tikhonova – sarà difficile per una serie di caratteristiche della Russia: carenza di specialisti e know-how, scarsa libertà del mercato ed eccessiva presenza dello Stato che controlla quasi il 70% dell’economia.

Se l’operazione militare si prolunga, Putin potrebbe essere costretto a dividere il potere e intorno a lui sono rimasti solo generali e rappresentanti degli apparati di forza, i cosiddetti siloviki. Per gli esperti, uno dei rischi per lo sviluppo del Paese è che questa categoria prenda il controllo anche dell’economia.

Aggirare le sanzioni

Su tutto, aleggia il proverbiale fatalismo russo e la grande capacità di adattamento di un popolo che già dal 2014, per via della Crimea, ha iniziato a sperimentare le prime sanzioni occidentali.

Per aggirare l’esclusione dal sistema Swift e le restrizioni su alcune banche russe, che impediscono i più banali pagamenti o trasferimenti di denaro all’estero, è ormai diffusa la pratica di aprire un conto in Paesi come Israele, Uzbekistan o Armenia, da usare per le operazioni con l’estero.

Il bando ai voli diretti con le capitali europee, tra le mete preferite del turismo dalla Russia, ha riflessi dolorosi solo su una piccola parte della classe media: secondo i dati ufficiali più recenti, che risalgono al 2016, quasi l’80% dei russi non possiede nemmeno il passaporto.

 

 

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