Manovra: tempi stretti e nodo Pos, il via libera in un mese

Economia & Finanza

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Approvato il testo alla Camera, ora la prima legge di Bilancio del governo Meloni approda in Senato, dove dovrebbe essere approvata in tempi utili a evitare l’esercizio di bilancio.

di Andrea Managò

© Mimmo Chianura / AGF

 

AGI – La Camera, dopo una maratona notturna in aula, ha approvato la prima legge di bilancio del governo guidato da Giorgia Meloni. Ora la manovra è attesa in Senato il 27 e 28 dicembre per il via libera definitivo che allontana lo spettro dell’esercizio provvisorio dal 1 gennaio. Si avvia a conclusione una sessione di bilancio influenzata dalla ristrettezza dei tempi, conseguenza del voto per le politiche avvenuto a fine settembre, come mai successo durante l’Italia repubblicana, con il governo che si è formato quando solitamente la discussione sulla finanziaria è già avviata in Parlamento.

Ha influito su alcune situazioni anche la fase di ‘rodaggio’ del nuovo esecutivo. Nonostante le poche settimane a disposizione, il governo e la maggioranza hanno cercato di inserire nel testo alcune scelte che marcassero una linea politica, tra pace fiscale, contanti e pensioni, finendo però per incorrere in errori formali o nel ritiro di una serie di misure, tra rilievi della Ue, della Ragioneria Generale dello Stato e di Bankitalia.

Nonostante questo l’esecutivo rivendica di aver prodotto un testo all’insegna della “prudenza”, con un ricorso contenuto a nuovo deficit, dalla maggioranza FdI parla un “testo formato famiglie”, mentre Forza Italia sostiene guardi “alla crescita del Paese”. Dalle opposizioni, però, il Pd replica che si tratta di una manovra “di condoni e tagli a sanita'”, il M5s di “Governo prono a falchi dell’austerity”, Avs di “legge iniqua, inno all’evasione”.

Sostanzialmente il provvedimento più netto per reperire risorse è la sforbiciata nel 2023 del reddito di cittadinanza – ridotto a 7 mesi – per le persone ritenute occupabili, in attesa di una restrizione del sussidio dal 2024 a coloro che non possono lavorare. L’ufficio parlamentare di bilancio stima che a metà del prossimo anno potrebbe perdere il sussidio il 38,5% delle famiglie che attualmente lo percepisce. Più di una su tre.

A dettare le priorità della manovra sono stati il calendario e il conflitto in corso in Ucraina, con l’invasione delle truppe russe che prosegue ormai da 10 mesi. Vista l’impennata del costo dell’energia e la corsa dell’inflazione, il governo ha proposto un testo da 35 miliardi di cui ben 21 vanno alla proroga di misure per la mitigazione del caro bollette per imprese e famiglie.

Provvedimenti su cui, al netto di qualche sfumatura, si è registrata una comunanza di vedute tra gli schieramenti. Con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti che ha già fatto presente a fine marzo potrebbe esserci la necessità di reperire nuove risorse. Poi ci sono state le richieste delle forze politiche di maggioranza, che hanno provato a perorare alcuni cavalli di battaglia: Forza Italia e Lega sulle pensioni, FdI e Noi Moderati sulle famiglie, con la difficile mediazione in Commissione per far quadrare i conti. Tutto in tempi serrati.

Il Cdm ha approvato la manovra il 22 novembre, con una seduta notturna, la Camera all’alba del 24 dicembre. Nell’arco di un mese la discussione politica è stata monopolizzata dai provvedimenti su reddito, contanti, pensioni e fisco. Il governo ha portato il tetto per i pagamenti in contante da mille a cinquemila euro.

Inoltre voleva eliminare le multe per gli esercenti che non consentono di pagare con il Pos fino a 60 euro. Su questo punto si sono susseguiti i rilievi di Bankitalia, Upb, Confindustria, Corte dei conti. Perché il paese ha assunto impegni nel Pnrr sulla tracciabilità dei pagamenti, per un’evasione fiscale stimata ogni anno attorno agli 80 miliardi, perché tra gli under 30 solo 1 su 4 sceglie i contanti per i pagamenti al posto di carte o App di pagamento. Così durante la prima delle tre sedute serali in Commissione il Mef ha stralciato la norma, ma a causa di un refuso ne è nato un pasticcio normativo, con il testo che nella nuova formulazione cancellava anche la modifica del tetto al contante, allora l’emendamento è stato riscritto nel corso della notte.

È stato lungo il travaglio anche per la norma che modifica 18 App introducendo due nuove carte per i consumi culturali dei neo maggiorenni, una basata sul reddito (massimo 35mila euro di Isee), una sul merito scolastico, legata al voto 100 alla maturità. La misura è stata riscritta più volte, accantonata in Commissione durante il voto finale e poi riproposta.

Il primo firmatario dell’emendamento, Federico Mollicone di FdI, ha contestato l’assenza dei tecnici del Mef e della Ragioneria di Stato in Commissione. “Non è ammissibile, non contestiamo i rilievi- spiega – ma il fatto che non ci fosse nessuno nella seconda notte di voto sulla manovra, abbiamo dovuto mandare mail per avere risposte arrivate il giorno dopo ossia questa mattina”.

Mentre il Pd con Marco Furfaro replica: “La verità è che eravate impegnati a distribuire mancette in giro per l’Italia”. Il voto in Commissione si è svolto in batteria nella notte tra martedì e mercoledì della settimana che precede il Natale perché gli emendamenti del governo e quelli dei relatori si sono fatti attendere quasi una settimana. Le votazioni nella sala del Mappamondo erano in calendario dal 15 dicembre ma sono partite solamente nella tarda serata del 20.

Altro scontro si è consumato sulla parola congrua legato alle offerte di lavoro. Un emendamento approvato in Commissione, a prima firma di Maurizio Lupi di Noi Moderati, dispone che se si rifiuta anche la prima offerta di lavoro, si perde il diritto al sussidio. Nel testo viene soppressa dalla legge la parola ‘congrua’. Ma su questo passaggio è scontro di interpretazioni normative.

La deputata Pd Maria Cecilia Guerra fa notare che l’emendamento Lupi “cancella la parola congrua dove era superflua”. L’esponente dem sottolinea: “Non si modifica il resto della norma, che si rifà ai sensi del decreto sul reddito, in cui si definisce la congruità dell’offerta, con un rimando anche al Jobs Act”. Lupi replica che “non c’è stato nessun problema tecnico ma una riformulazione complessiva del governo di un emendamento che avevamo presentato”. Si è trascinata per una settimana anche la disputa sull’abbattimento dei cinghiali nelle città.

La discussione in Commissione è iniziata da una proposta di modifica a prima firma del capogruppo di FdI, Tommaso Foti, che riguarda l’autorizzazione alla caccia della fauna selvatica anche nelle aree urbane. La maggioranza si è spesa a favore del provvedimento, sostenendo sia necessario, mentre le opposizioni, in testa Avs, hanno paventato i rischi per la sicurezza legati allo sdoganamento dell’attività venatoria nelle città. Così il testo, prima accantonato, è sbucato come ultimo emendamento da votare in Commissione alle 6.30 di mattina prima del mandato ai relatori ed ha ottenuto l’ok tra le polemiche. Giorgetti durante il dibattito sulla fiducia ha provato a stemperare: “È come con gli aerei quando c’è un po’ di turbolenza, l’importante è atterrare”.

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