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‘…il mio tempo verrà!’

Eventi, Musica & SpettacoliOltre Tevere

di Pierfranco Moliterni 

L’oramai famosa  esclamazione, davvero beneaugurante per lui e la sua musica, che fu pronunciata in vita dal grande compositore Gustav Mahler (1860-1911), può fungere da sigillo persino qui da noi, nel profondo Sud, a Bari, per la Fondazione Petruzzelli nella speciale occasione della prima esecuzione, in assoluto mai avvenuta in Puglia, della Seconda Sinfonia in do minore per contralto, soprano, coro e orchestra- detta della Resurrezione. Celebrato come uno dei massimi direttori d’orchestra del suo tempo, Mahler solo negli ultimi cinquant’anni ha ottenuto il dovuto riconoscimento come uno dei grandi compositori di ogni tempo e va dato merito ad altri direttori d’orchestra (Abbado, Bernstein) la diffusione della sua opera, poiché Mahler è stato un notevole protagonista del passaggio dal post-romanticismo alla musica moderna. Lo stesso Schoenberg (il padre della musica dodecafonica) lo stimò per tale dedicandogli addirittura il suo rivoluzionario Manuale di Armonia.

La Sinfonia ascoltata a Bari su idea e per merito del direttore stabile Giampaolo Bisanti d’intesa col sovrintendente Biscardi, ha avuto una lunga gestazione con complesse prove iniziate già due mesi or sono, vista la oggettiva difficoltà di mettere assieme, far studiare e infine far interpretare quasi due ore di musica (!), compreso l’intervento finale di soliti e di un folto coro. La Sinfonia dunque nacque dapprima come un tentativo di imitazione della IX di Beethoven, proprio come Mahler stesso ebbe a rivelare:

Già da tempo riflettevo sull’idea di introdurre il coro nell’ultimo movimento e solo la preoccupazione che ciò potesse essere inteso come superficiale imitazione di Beethoven [Nona Sinfonia] mi faceva sempre esitare. Allora morì Bülow, e io assistetti alla cerimonia funebre in suo onore. Lo stato d’animo in cui mi trovavo stando là seduto e i pensieri che rivolgevo allo scomparso erano nello spirito del lavoro che portavo dentro di me. In quel momento il coro accompagnato dall’organo intonò il corale su testo di Klopstock ‘Auferstehen!’. Mi colpì come una folgore e tutto apparve limpido e chiaro alla mia anima! L’esperienza che allora vissi dovetti crearla in suoni. […] Così è sempre per me: soltanto se vivo un’esperienza, compongo, soltanto se compongo, la vivo!…”.

Ma va detto che una partitura così lunga e complessa, in vista di un organico orchestrale di enormi proporzioni (legni a 4, 10 corni, 8 trombe, 4 tromboni, 2 arpe, organo, 6 timpani e percussioni) non era soltanto il risultato di cause esteriori. Era infatti giunto il tempo (e siamo nel 1894) di ‘mettere in crisi’ la cognizione stessa del Romanticismo in musica e quindi di poter guardare oltre, grazie ad un ‘gigantismo sonoro’  che si esplicita proprio qui, e per la prima volta, in questa Sinfonia in do minore con i suoi lunghi movimenti: il primo, i tre centrali e il Finale, quando irrompono soliti e coro nel tentativo per Mahler di dimostrare che la fine della musica del grande secolo passato era al tempo stesso rappresentazione delle inquietudini della società, di una società che celebrava il proprio ‘sfinimento’ epocale: era giunto il tempo della krisis. Basti dunque pensare alla letteratura e alle arti coevi della Vienna fin de siècle e dei vari Musil, Kafka, Klopstok, Schnitzelr, Hofmannsthal, Klimt, Kokoschka… le cui estetiche si palesano in questa Sinfonia con ‘gesti sonori’ affascinanti ma parossisticamente teatrali, misti a banali reminiscenze di marce militari o suoni da operetta: una ‘caotica molteplicità’ emblema di una “perdita del centro”, come dice Massimo Cacciari, che sfocerà, di lì a poco, nel primo grande conflitto mondiale e nella dolorosa nascita della nostra modernità. Che dire infine della bella esecuzione condotta con grande slancio, convincimento, entusiasmo e ‘sofferenza’ addirittura fisica dal direttore Bisanti? …lui, degno e giovane erede di Abbado persino nell’atteggiamento della ‘gestualità’ della sua mano sinistra… Un bel successo, una tappa fondamentale nella crescita del nostro massimo teatro, forse finalmente avviato sulla strada di una altrettanto necessaria ‘modernizzazione’ del proprio repertorio.

Pierfranco Moliterni   


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