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Stretta la soglia, stretta la via

Politica

Danilo Breschi

Da un anno a questa parte ricorrono con frequenza nel dibattito politico e culturale formule come “dittatura sanitaria” o “sanitocrazia”, “totalitarismo soft”, “democrazia paternalistica” e simili. Ricorre meno nelle parole dei politici, da quando è nato l’esecutivo guidato da Mario Draghi, perché partiti come Lega e Forza Italia hanno assunto responsabilità di governo e il principio di realtà. Continua tra opinionisti, commentatori e intellettuali, a destra come a sinistra. Si scomodano fascismo e comunismo, con cui dovrebbe far rima il brutto neologismo “lockdownismo”. È un uso distorto della storia.

Proprio questo primo mese di governo Draghi dovrebbe aver chiarito una volta per tutte un dato di fatto: da questa crisi pandemica si può uscire solo in un modo, seguendo un’unica via, che è obbligata per qualunque Paese, soprattutto se democrazia di medie o piccole dimensioni come l’Italia. Draghi è stato chiamato per sostituire Conte e il governo giallorosso al fine di realizzare un programma di breve periodo e concentrato su due urgenze: salute e lavoro. Sin dal primo Consiglio dei ministri sono state precisate le priorità: riscrivere il Recovery Plan e definire le procedure di gestione dei fondi, strutturare un nuovo e più efficace piano vaccinale di massa, riapertura permanente delle scuole, la transizione ecologica «non in contrasto con l’urgenza di creare e difendere il lavoro» e, appunto, la ripresa economica e dell’occupazione. Ebbene, con il decreto del 12 marzo 2021 anche il governo Draghi si è dovuto piegare all’Ananke del momento, ossia alla Necessità incontrovertibile, immodificabile, rappresentata da quell’evento imponderabile fino all’inizio del 2020, forse non ancora del tutto compreso e razionalmente elaborato, che si chiama Pandemia. Non è certo chiaro a tutta una schiera di sedicenti intellettuali, ma indiscutibili opinionisti, proprio perché innalzano quotidianamente la Doxa, la leggera e fragile opinione, al rango che non gli compete, ossia quello di Epistème, la pesante e infrangibile verità.

In altre parole, anche dal discorso con cui Draghi ha accompagnato il nuovo decreto legge contenente «disposizioni  urgenti  in  materia  di  contenimento  e   prevenzione dell’emergenza epidemiologica da Covid-19», in revisione della circolare di 6 giorni prima e del Dpcm del 2 marzo, si è capito una cosa, dura e puntuta come la roccia: finché non hai messo in sicurezza la salute, dunque la vita delle persone, non puoi avviare un serio, concreto, efficace ed efficiente piano di rilancio dell’economia, di tutte le attività produttive, dal settore industriale a quello dei servizi. Un rilancio che è quanto mai urgente e necessario, senz’alcuna ombra di dubbio (in media annua, nel 2020 c’è stato un calo dell’occupazione «senza precedenti», dice l’Istat: -456 mila posti di lavoro, pari al -2,0%). Si trova però costretto a venir posticipato, avviato sempre e comunque dopo, e soltanto dopo, aver ridotto drasticamente la diffusione del virus, nonché trovato il modo di tener sotto controllo in modo stabile la sua contagiosità, impedendo che si verifichino nuove ondate. Dunque necessario sì, il rilancio, ma secondariamente. Purtroppo. È tragico.

Tema antico quello della necessità. Proprio la tragedia aveva nell’Ananke la vera protagonista. Essa è la forza precedente, sovrastante e sottostante alle divinità. Stante Ananke, le cose devono essere quel che devono essere. Niente e nessuno si può sottrarre al suo imperio. Dal febbraio 2020 l’Ananke del mondo si chiama Pandemia. In altre parole, tornando al nostro tema, comunque tu possa invertire l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia. Modifica pure la composizione della maggioranza politica al governo, avrai sempre un percorso obbligato: chiudere per ridurre le possibilità di contagio e abbassare il numero dei ricoverati, alleggerendo la pressione sulle strutture ospedaliere. Nel frattempo somministrare il maggior numero possibile di vaccini in modo da immunizzare la più parte della popolazione adulta. Stretta è la soglia e altrettanto la via.  

Siamo immersi in una situazione che non ammette scorciatoie o inversioni di marcia, per cui chi entra al governo come “aperturista” un attimo dopo si ritrova “rigorista”, adottando, anche suo malgrado, provvedimenti che contemplano la chiusura delle scuole, di attività ed esercizi commerciali, nonché misure restrittive rispetto alle libertà fondamentali di movimento, circolazione e associazione. Il problema è quello e non ammette molte soluzioni alternative, obbligando ad una sequenza di passaggi che hanno l’aspro sapore di una logica ferrea, drammaticamente stringente.

Sovrano è colui che decide dello stato di eccezione, recitava Carl Schmitt, e qui l’eccezione c’è, eccome se c’è, tanto che, appena un cosiddetto “aperturista” va al governo, dentro la stanza dei bottoni, vede che alcuni vanno necessariamente premuti, perché la realtà è una, dura, rocciosa, puntuta, e quando si tocca la radice biologica della convivenza umana (ossia la questione della vita e della morte) la via si fa stretta, strettissima. Siamo immersi in una situazione che non ammette scorciatoie o inversioni di marcia, per cui chi entra al governo come “aperturista” un attimo dopo si ritrova “rigorista”, adottando, anche proprio malgrado, provvedimenti che contemplano la chiusura di attività ed esercizi commerciali, nonché misure restrittive rispetto alle libertà fondamentali di movimento, circolazione e associazione. Il problema è quello e non ammette molte soluzioni alternative, obbligando ad una sequenza di passaggi che hanno l’amaro sapore di una logica ferrea, drammaticamente stringente.

Figurarsi se queste nostre fragili, tremebonde (anche di fronte alla propria ombra, il cosiddetto “popolo”) e compiacenti democrazie, talora dalle forti tinte populiste, non amerebbero aprire a tutto e a tutti. Non è un caso che, se guardassimo le cose per come stanno realmente, dal 3 giugno 2020, fine della fase di lockdown più duro, il governo Conte bis ha proceduto adottando mezze misure, oscillando incerto tra aperture e chiusure. Linea probabilmente inevitabile proprio perché le democrazie sono (giustamente, forse, o per fortuna, direi) sistemi fondati sulla mediazione fra diverse istanze. In tal senso tra la sicurezza (la salute ne è parte integrante, primaria anzi) e le libertà, tra cui quelle di mercato e intrapresa, occorre mediare quando il problema è una pandemia, ovvero l’elevatissima contagiosità di un virus che può uccidere (e già questa potenzialità – non minima – incrina anzitutto l’istanza della sicurezza e, subito a seguire, quella delle libertà), comunque è in grado bloccare per settimane migliaia e migliaia di cittadini, se non menomare fisiologie precedentemente sane (o anche relativamente tali, ma sempre attive e dinamiche prima di venir colpite dal virus). 

Unica obiezione che si può trovare a questo argomento hard, duro e spietato come la realtà che descrive, è trasferirsi sulle nuvole e dire che “beh, no, dai!, è tutta un’esagerazione, ma che sarà mai questa influenza un po’ più grave! ecc. ecc.”, fino a scivolare in tesi complottiste, ovvero sterili emissioni di voce. Dal canto suo, Giorgio Agamben ha scritto: «Quali che siano i suoi scopi, che nessuno può pretendere di valutare con certezza, lo stato di eccezione è uno solo e, una volta dichiarato, non si prevede alcuna istanza che abbia il potere di verificare la realtà o la gravità delle condizioni che lo hanno determinato» (su quodlibet.it, 30 luglio 2020). Qui si sottintende che resta tutta da accertare l’effettiva gravità emergenziale di ciò che l’11 marzo 2020 l’Oms, dopo aver valutato i livelli di gravità e la diffusione globale dell’infezione da SARS-CoV-2, ha dichiarato essere una “pandemia”. Limitandoci all’Italia, l’Istat ha reso noto che tra marzo e dicembre 2020 si sono registrati 108.178 decessi in più rispetto alla media dello stesso periodo degli anni 2015-2019 (21% di eccesso), volendo stimare l’impatto dell’epidemia Covid-19 sulla mortalità totale. Nel 2020 il totale dei decessi per il complesso delle cause è stato il più alto mai registrato nel nostro Paese dal secondo dopoguerra: 746.146 decessi, 100.526 decessi in più rispetto alla media 2015-2019 (15,6% di eccesso). Questi sono i dati del 5° rapporto Iss-Istat sull’analisi della mortalità 2020 per il complesso dei decessi e per il sottoinsieme dei soggetti positivi al Covid-19 deceduti.

Se passiamo al continente, una indagine di Eurostat rende noto che «nella primavera del 2020 il numero di decessi nell’Ue ha iniziato a crescere rapidamente a causa del Covid-19: in alcune parti d’Europa i decessi sono stati eccezionalmente alti rispetto alla mortalità media degli anni precedenti. Da qui è nata l’idea di valutare l’impatto della pandemia guardando all’eccesso di mortalità, ovvero all’aumento del numero totale di decessi, per qualsiasi causa, rispetto ai decessi degli anni precedenti». Risultato: «In totale, 580mila decessi in più si sono verificati nell’Ue27 tra marzo e dicembre 2020 rispetto allo stesso periodo 2016-2019». L’eccesso di mortalità nell’Unione europea «ha raggiunto il suo primo picco nell’aprile 2020, con un aumento del 25% rispetto alla media dello stesso mese nel periodo 2016-2019». Tra maggio e luglio 2020 «si è registrato un livello più basso di mortalità in eccesso, mentre l’ennesimo aumento della mortalità è iniziato in agosto-settembre con la seconda ondata di pandemia». In sintesi, conclude il rapporto di Eurostat, la mortalità in eccesso è stata superiore dell’8% alla media in agosto e settembre, superiore del 18% in ottobre, raggiungendo il suo picco a +41% a novembre, seguito dal +30% a dicembre.

Tutt’altra questione è invece valutare la condotta dei governanti da un anno a questa parte in termini di visione strategica, di programmazione e coordinamento, di capacità di giocare d’anticipo, per quanto possibile di fronte ad un’emergenza inedita e in evoluzione. A chiudere, a più riprese e a lungo, il governante elettivo non ci guadagna (vedi Cdu in Germania), ma inutile spiegarlo a chi s’abbottona le orecchie col fil di ferro dell’ideologia auto-gratificante e ripete ossessivamente «dittatura sanitaria», «emergenzialismo sanitocratico» o arriva a dire che «per certi versi la dittatura odierna è più soffocante di quella fascista» (Eugenio Capozzi su Vox Italia Tv, 7 dicembre 2020). Errori e inadempienze, anche gravi, da menzionare e denunciare non mancano. Oggi come un anno fa. Adesso, ad esempio, nei ritardi su forniture e piano vaccinale sia l’Italia sia l’Ue nel suo complesso hanno grosse responsabilità, perché bisognava pensarci ed attivarsi sin dalla tarda primavera del 2020, almeno. Di certo non mettersi a scrivere auto-elogi come quello redatto in forma di libro, annunciato e poi ritirato, dal ministro Roberto Speranza nella tarda estate scorsa.

Per concludere, tornando al contesto italiano, un’ultima considerazione. Sin dagli esordi si poteva intuire che la crisi pandemica avrebbe messo a nudo la diversa capacità organizzativa delle compagini statali, portando al pettine tutti i nodi accumulati nei decenni precedenti. Purtroppo, l’Italia ne aveva molti, troppi, e tutti lo sapevamo. Speravamo non capitasse mai una crisi di tale portata. È invece arrivata, dopo molti decenni fortunati e fortunosi. Adesso tocca riparare le tante falle di una nave ridotta a colabrodo: sistemi sanitari pubblici nazionali non più coordinati e definanziati; divario Nord-Sud; sistema produttivo troppo sbilanciato su un’economia di servizi; niente grande industria autoctona; ecc. Problemi che investono anche molti altri Stati europei. In tal senso si veda la questione di non avere un vaccino prodotto direttamente da aziende di Paesi Ue. Stiamo pagando inerzie e parassitismi di vario genere su cui ci siamo cullati (italiani, europei) per troppo tempo. Adesso è arrivato il conto. Va pagato, ahinoi.

Ci vuole serietà, tanta serietà. Severità e asciuttezza di pensiero e d’azione, corrispondenti alla serietà e severità imposte non di rado dall’esistenza umana, in sé drammatica e che talora si fa tragica, senza alternative, incastrata in un’unica e stretta via. A queste virtù richiamava Benedetto Croce. Di queste virtù (da vir, uomo nel senso di coraggioso, che eccelle e si distingue per la forza del carattere), di una machiavelliana virilità abbiamo un grande, urgente bisogno. 

 


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